Roma: un corpo senz’anima

Roma: un corpo senz’anima

I musicisti di strada, seduti intorno alle mura del Colosseo, cantano sulle rovine di una città che sa raccontare solo il suo passato e mai il suo presente. Si percepisce tra le crepe delle strade di Monti un passato grandioso, calpestato da giovani turisti fotografi che cercano di appropriarsi di una bellezza decadente e senza respiro. Il trionfale passato urla senza voce ancora una volta “pietà” a Roma, tra il caos degli avventori e l’indifferenza degli abitanti. Il suo fascino immobile e fermo piange. Gli artisti di strada colorano con spray da tinte surrealiste schizzi del Colosseo, come in un dipinto pop. Questi colori acidi e irreali sembrano descrivere disagio e contrasto. Il laceramento tra passato e presente si riflette nei loro colori vivaci eppure senza vita di tele gialle, a ricordare il presente di una città che trascina con sé il dolore di non essere rispettata, la fatica della sopravvivenza, la stupida convinzione che la valorizzazione dei beni si conti sulle file interminabili di asiatici e americani ai Musei Vaticani.

 

Roma bistrattata: da Caput Mundi alla città della “Grande Bellezza”, ne rimangono un nome, un vestito, delle rovine, qualcosa di intramontabile e tremendamente decadente. Una metropoli, Roma, che non può essere quello che era. Mi chiedo dove sia il benessere, dove viva la bellezza che irraggia il popolo, dove si sprigionino i suoi profumi, dove migliori la gente. Dov’è questo circuito estasiante per cui di bellezza si può vivere? Roma è il suo ricordo e l’ombra del suo passato, e sembra che possa bastare per tutti. Eppure.

 

In piazza Bologna incontro Marco, 30 anni, laureato in Psicologia indirizzo Marketing e ora proprietario di una birreria nel quartiere universitario per eccellenza della città. Mi ha detto: “se puoi fuggi”. Cinzia, 56 anni, vive a Roma ormai da 20. Avvocatessa presso uno studio internazionale in Piazza di Spagna: “Roma è cosi decadente, vai via da qui”. Elvira e Daniele, attori e fondatori della compagnia “Frasimpano”, nati a Roma: “ Roma è così, è difficile, ma l’abbiamo scelta per cuore”. Francesco è di Matera, ha 30 anni, attore e vincitore del Fringe Festival con il suo spattaccolo “A sciaquà”, confessa: “Roma ti mette alla prova, stai male, ma poi cammini tra i suoi quartieri più popolari, come la Garbatella, oppure ti rianimi con la bellezza di Piazza Navona, e ti senti meglio.”

 

La voce della speranza è nella bocca di chi di arte si nutre e di cultura ci vive. Non parlo di grandi intellettuali chiusi nei loro salotti, ma di persone che vogliono sporcarsi le mani, che si impegnano e disegnare prospettive e orizzonti. Esattamente questi “precari” investono la propria vita ancora qui.  La rinascita del settore culturale non si può interpretare come mercificazione. Invece, si può pensare alla genesi di un nuovo senso del nostro modus vivendi. È necessario un nuovo vocabolario, che non cambi parole ma sensi e disposizioni. Bisogna rigenerarsi e lasciarsi contaminare. Seguendo questa traiettoria, Roma è offesa, ma si tratta di un’offesa nel solco delle “città della cultura”: è lo stereotipo della cultura impacchettata dentro le mostre, degli spettatori di nicchia a teatro, e dei cinefili al cinema; è vanitosa delle sue ricchezze artistiche esposte come manichini in vetrina, quasi morti.  Roma è una donna fantasma. La ricordi, la cerchi, la scorgi, ma non l’afferri.

 

La perdita di sacralità di qualsiasi rito, come una festività nazionale, è il problema. Non solo si tratta di un’ esecuzione sciatta e performativa, ma anche vuota. “L’utilità dell’inutile è l’utilità della vita, della creazione, dell’amore del desiderio”, sottolineano gli psicoterapeuti Miguel Benasayag e Gérard Schmit in “L’epoca delle passioni tristi” (Feltrinelli, 2013). Allora ci sono possibilità e obiettivi che vanno oltre la politica del servilismo, ci sono oggetti che non servono, ossia che non sono servi di nulla e nessuno, non si possono piegare, non possono essere mercificati. L’elemento di discrimine, anche in campo culturale, si basa sulla presenza o sull’assenza dell’utile, del capitale. L’unica opzione alternativa è l’utilità sociale.

 

La cultura è questo: ricostruire un senso, non certo aprire bancarelle con calamite a Piazza Navona. Forse rimarrà controverso definire la cultura, non considerata utile dai più poiché non agisce nell’immediato, ma si deve radicare per far fruttare i suoi semi. Perché non è solo un prodotto, ma una restituzione di sensi e non un’offerta in scatole preconfezionate di concetti obsoleti. Costruisce e decostruisce, non serve poiché non è schiava di nessuno, è inutile poiché chi ha cultura è padrone di sé e non di qualcosa. Resta oggi l’unica possibilità che ci permette di cambiare o accettare secondo i nostri desideri la realtà che ci circonda . È la natura intrinseca di una città, regione o stato che si manifesta in tutti gli aspetti della quotidianità. Ma è difficile ritornare a questo, e diffonderlo in una città complessa e in buona parte negletta come Roma.

 

Roma sembra una vecchia pirandelliana che non rispetta la propria natura. Si comporta per quella che non è, e forse la sua parte più sincera risiede nei quartieri, nelle strade, nel popolo, in quella parte di mondo che non ha interesse a visitare una mostra, perché non se ne sente rispecchiata fin quando la cultura rimane arroccata e dialoga poco con la società., L’anima di Roma è e rimane popolare.

 

 

Lena Benedetta De Falco

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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