RottamAzione alla Galleria Nazionale: Pathos vs. Kronos

RottamAzione alla Galleria Nazionale: Pathos vs. Kronos

“Nulla è stato aggiunto, a tutto è stata tolta una patina opaca”. Con queste parole Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale, descrive l’operazione messa in atto, insieme con Saretto Cincinelli, il 10 ottobre 2016 quando la ex GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna) ha iniziato il suo percorso evolutivo, rinunciando ad essere un museo – inteso come luogo di contemplazione – per divenire un luogo performativo, nel quale opere realizzate in epoche diverse dialogano tra loro, creando cortocircuiti e relazioni che, sebbene siano state definite dagli addetti ai lavori come “pericolose”, fanno vivere ai visitatori un’esperienza estetica ed emozionale, e sensazioni che appartengono al proprio vissuto.

Il nuovo corso della Galleria Nazionale ha inizio in maniera incisiva con l’inaugurazione della mostra “Time is out of Joint”, un percorso che per la prima volta non racconta la collezione in ordine cronologico ma per accostamenti volutamente indifferenti al tempo e ai generi; tutto è in relazione: le opere, le architetture, le persone, e questo fa sì che lo sguardo si rivolga al futuro, realizzando un unicum tra ciò che è stato e ciò che è. La linearità storica viene dunque messa da parte, e le opere appaiono come tracce e sedimenti di quella che è stata fino ad oggi la lunga vita del museo. Il riallestimento della Galleria, che segue un ordine emozionale più che cronologico, è nel suo disordine piacevole molto simile ad un cinema al contrario, nel quale noi ci muoviamo mentre le opere stanno ferme. “Time” ha la capacità di attivare emozioni che non rimangono tali, ma si trasformano in una serie di input che vanno a stimolare ciascuno ad una ricerca personale.

Una volta entrato nella Galleria, il visitatore viene invitato a passeggiare tra le sale, interagisce con le opere e si confronta con esse invece di dedicarsi solo agli apparati didattici, i quali possono essere preziosi nei musei tradizionali ma che, in una mostra come “Time”, rappresentano quello che gli inglesi chiamano ‘sleep starts’, ossia quella sensazione di sussulto che capita di provare nella fase di transizione dalla veglia al sonno. Sembra dunque di camminare in un sogno: la Galleria è casa nostra, siamo nelle nostre mani ma non siamo soli.

Il cambiamento diventa opportunità e ancor di più alla Galleria Nazionale: ritengo infatti che la mancanza di pannelli esplicativi e didascalie offra ai visitatori la grande possibilità di un incontro a tu per tu con l’opera, senza predeterminare ciò che si dovrà vedere, come si dovrà interpretare e soprattutto ciò che ciascuno dovrà pensarne. Il tempo è un linguaggio e come tale è esposto a continue riformulazioni e rigenerazioni, pertanto un museo non può rimanere imbalsamato, così come le opere in esso contenute non devono rimanere legate al proprio tempo, ma trarre linfa vitale da azzardi che, pur non mirando a realizzare il sogno futurista di distruzione dei musei, si aprono al futuro.

Il visitatore, non più ingessato e passivo, sveste i panni dello spettatore e diventa attore, non ‘visita’ soltanto la Galleria ma impara a ‘stare’ all’interno di essa. Osserva, sceglie, dà una propria interpretazione di quello che lo circonda, agisce e costruisce il proprio percorso. E’ dunque il visitatore a scrivere la propria personale didascalia, componendola ogni qual volta si trovi a diretto contatto con l’opera d’arte qualsiasi essa sia e qualunque accostamento essa presenti, dai cavalli imbalsamati di Berlinde de Bruyckere che guardano i sacchi di Alberto Burri, alle nature morte di Morandi che dialogano con i tagli di Fontana.

Attrattiva, innovativa, capace di destare curiosità, è così che appare oggi la Galleria Nazionale, che continua a offrire ai visitatori la possibilità di sfogliare il tempo, un tempo che appare confuso, spezzettato, stratificato e non lineare. Gli spazi non presentano più quel sovraccarico di immagini che rasentava l’horror vacui, bensì una  precisazione reciproca di opere che ci riportano a quegli istinti primordiali che rivelano la nostra natura, la parte più intima e profonda di noi tutti.

“L’opera d’arte è sempre un capolavoro squisitamente relativo. L’opera non sta mai sola, è sempre un rapporto. Per cominciare: almeno un rapporto con un’altra opera d’arte”. Roberto Longhi ci ha insegnato a privilegiare l’occhio e a partire dall’opera, sarà poi questa a raccontarci il suo contesto. Credo che il dialogo tra le statue della collezione Torlonia e le opere di Fontana, Klimt e Modigliani crei una contaminazione tra passato e presente che ci avvicina ad una comprensione più profonda dell’uno e dell’altro.

Collegare i tempi fra loro, è questo l’obiettivo che Cristiana Collu si è posta sin dall’inizio. La Galleria appare oggi come un labirinto che ospita la storia dell’arte del nostro tempo, flessibile ed individualista, è un luogo in cui l’approccio manualistico viene lasciato da parte, ma non per disarmare gli illuminati che fino ad ora hanno visitato il Museo, ma per fornire nuove armi non solo ai nascenti esperti ma ai visitatori tutti. Cristiana Collu ha avanzato una proposta, il suo è un tentativo, non c’è nulla di definitivo, “Time” ha bisogno di tempo per essere compresa appieno, affinché il ricordo del passato non influenzi il giudizio attuale. Il 15 aprile 2018 segna la fine della mostra “Time is out of Joint”, ma soprattutto l’inizio di un nuovo corso per l’Arte, intesa Universale e Dialettica.

Concordo con chi ha affermato che la Galleria Nazionale non sia più un museo: è diventata qualcosa di più. Ora è molto più di un luogo che forma, accresce ed educa alla bellezza. “Time is Out of Joint” risponde al nostro tempo, la Galleria è adesso anche un luogo di socializzazione, relazione e scoperta. “Time” è una mostra che mescola caos ed eleganza. In questo disordine ordinato ho trovato il mio equilibrio, l’Apollo che è dentro di me ha fatto pace con Dioniso, quindi qualcuno avverta Nietzsche. Uscendo dalla Galleria Nazionale sono stata felice.

 

Maria Teresa Cafarelli

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