Scavi e visioni: diamo un futuro al nostro passato

Scavi e visioni: diamo un futuro al nostro passato

Potessi dirlo in inglese parlerei di ‘excavations and expectations’, un gioco di parole che evoca la prossimità paradossale tra il nostro scavare nel passato e le aspettative rispetto a quello che possiamo trovare. Facciamo un passo avanti: le aspettative di come la rivelazione del passato può arricchire il patrimonio culturale, in modo da poter diventare un nuovo presente.

Passeggiando durante l’estate per via San Teodoro, dal Circo Massimo verso il Campidoglio, si può notare un gruppo di archeologi al lavoro sotto l’ombra mattutina del Palatino. Lavorano duramente per un progetto della International Society of Archaeology, Art and Architecture of Rome (ISAR), che ha una concessione triennale rilasciata dal Ministero per I Beni e le Attività Culturali e il Turismo per scavare negli Horrea Agrippiana. Da co-fondatore della ISAR vado spesso a trovarli, disegnando e fotografando l’avanzamento degli scavi.

Gli Horrea Agrippiana (magazzini di Agrippa) si trovano sul bordo del Foro Romano, alla base della scarpata occidentale del colle Palatino, nel cuore del sito Unesco che raccoglie il centro storico di Roma. È un edificio enorme, a più piani, costruito sotto il regno di Augusto (27 aC – 14 dC) e usato come deposito e luogo di scambio fino al sesto secolo dC. È la più estesa, meglio conservata, importante struttura commerciale a mantenere la propria architettura fuori terra, in tutta la città di Roma. Sotto il livello pavimentale dell’età di Augusto il sito (conserva la stratificazione antica, non intaccata da interventi moderni) resta intatto da ogni intervento moderno. Dalla sintesi del progetto:

“Collocato sul confine tra il Foro, il Palatino e il Velabro (tre diverse e quintessenziali parti del tessuto urbano civico, domestico e commerciale di Roma), il sito rappresenta la chiave per affrontare molte questioni sulla storia di Roma tanto come città quanto come civiltà. Con la sua stratigrafia e la sua griglia urbana intatte, ci fornisce un’opportunità unica per studiare e reinterpretare i mutamenti urbani di Roma, la sua storia architettonica, la storiografia archeologica e l’applicazione innovativa di scavi stratificati, analisi scientifiche e tecnologia digitale, così come i problemi cruciali connessi alla gestione e all’interpretazione dei dati di un importante sito del patrimonio culturale”.

 

 

Sono un architetto, non certo un archeologo, ma questa non è la prima volta che mi trovo coinvolto in uno scavo. Per anni ho presieduto un istituto statunitense che organizza corsi di archeologia sul campo; abbiamo lavorato nel Foro e nel Parco degli Acquedotti tra gli altri siti. Il mio compito è stato di solito quello di documentare le scoperte attraverso disegni e fotografie, ma anche di comunicare con il pubblico per coinvolgerlo. Provo a rispondere alla domanda più ovvia: che cosa avete trovato? Domanda ovvia ma per niente facile. Abbiamo trovato prove della vita passata, delle azioni umane e del ruolo della natura in luoghi specifici. Tesori o rifiuti, dipende dal punto di vista. Ma certo informazione, in ogni caso, capace di far luce sulla civiltà umana.

In una lezione cui ho partecipato da poco la fotografa Susan Meisales descrive il proprio lavoro come “prendere una fotografia che in futuro mostrerà il passato”. Naturalmente, ogni cosa che facciamo adesso, ogni traccia che lasciamo dirà (in futuro) com’era il passato; ogni cosa fatta nel passato, salvo che non sia del tutto cancellata, ci mostra quel passato. La parola ‘passato’ non può essere usata senza cautela, proprio come le parole ‘comunità’ o ‘pubblico’ (che io stesso ho usato sopra senza troppa attenzione); dovrebbero sempre essere definite o declinate al plurale. Quando i miei studenti di design definiscono uno spazio “per il pubblico” domando sempre “quale pubblico?”, così in un progetto archeologico ci si domanda di continuo “quale passato?”. Diversi passati hanno cannibalizzato oggetti creati da chi li aveva preceduti, tagliandoli, riempiendoli, rendendoli irriconoscibili.

Si potrebbe scavare a fondo fino alla natura, attraverso questa miriade di passati, ma rimuovere tutte le tracce dell’occupazione umana finirebbe con il seguire un percorso deformante. Possiamo imparare ciò che vogliamo comprendere su chi è venuto prima di noi, ma se questo comporta la distruzione di tutto dove ci conduce? Le persone chiedono sempre, indicando un muro o un vaso rotto: è un originale? Non ci sono originali, o forse è tutto originale. Il chiodo trovato nella linea di livello di uno scavo del 1970, lasciato sul muro da studenti distratti, la sedia del direttore, rotta, che ho portato sul sito la settimana scorsa, la scorta di cappelli degli ambulanti, il cartello che avrebbe dovuto informare i visitatori ma è stato abbandonato insieme al progetto di apertura del sito al pubblico – è tutto originale. I ritrovamenti di scavi precedenti, frammenti antichi (e originali) in cassette di plastica moderne (e originali), sono tutti originali e vengono tutti dal passato. Il fermaglio per la carta che scivola dalla mia cartella cade dal presente per diventare parte del passato. Di fatto ogni azione umana è parte del processo ininterrotto di produzione del passato. Per citare Fitzgerald, “barche contro la corrente, condotte indietro senza sosta nel nostro passato”.

Scavando attraverso il passato gli archeologi confidano di trovare le prove dell’origine di Roma: l’occupazione pre-imperiale ed eventualmente pre-repubblicana del sito. Che cosa c’era qui prima del magazzino augusteo? Sono, naturalmente, questioni complesse di datazione che è opportuno affidare ad archeologi e storici, questioni che richiedono tempo e che si basano sul metodo della stratigrafia. Seguendo l’approccio scientifico, secondo cui una domanda fertile conduce a un’ipotesi da validare o scartare con la raccolta di prove, possono emergere verità tentative sul passato. Questa è appena la prima di almeno tre stagioni di scavo, e ISAR se ne è assicurata la copertura finanziaria grazie all’alleanza con un’importante università statunitense, impegnandosi a più solidi gruppi di lavoro internazionali e potendo usufruire di una tecnologia sofisticata e all’avanguardia.

L’altra domanda che sento spesso è: che cosa sarà del sito una volta che lo scavo è concluso? E’ la fase nella quale subentrano gli architetti. Spesso è preferibile ricoprire ciò che si è dissepolto, è il modo più economico e affidabile di preservare il sito, ma il valore di siti storici come questo giustificano tentativi legati a forme più innovative di conservazione. Il successo di progetti recenti come Santa Maria Antiqua dimostrano l’interesse potenziale di questi siti, specialmente quando la loro fruizione è amplificata da ricostruzioni digitali e presentazioni multimediali. Nuovi modelli emergono tanto per la conservazione quanto per la gestione di questi siti: non devono essere chiusi al pubblico e accessibili soltanto agli studiosi, né devono essere aperti alle visite di massa senza alcuna restrizione né informazione.

Forse la stessa conservazione, lentamente e con un qualche costo, può far parte di una mostra in corso. Forse, come accade per la Curia, il sito può essere utilizzato per eventi occasionali, incluse iniziative fuori orario destinate a sostenitori e benefattori. Ulteriori opzioni, più radicali, possono essere prese in considerazione: parte del Foro potrebbe essere integrata nel tessuto urbano, protetta dalla presenza della vita quotidiana anziché dall’assenza delle persone. Già la sola presenza degli archeologi ha scoraggiato I venditori abusivi che si sono astenuti dall’usare il magazzino come deposito per cappelli e ombrelli. Immaginiamo se ci fossero – come nel centro storico di Gerusalemme contemporanea – negozi e caffè, spazi espositivi, aule, biblioteche, costruite delicatamente intorno o dentro le strutture storiche. Nuove costruzioni potrebbero racchiudere e proteggere artefatti precedenti mantenendone al tempo stesso la sostenibilità economica e l’integrità fisica. Trasportare il passato verso il futuro si concreterebbe, simmetricamente, in un credibile futuro del passato.

Tom Rankin

Tools For Culture

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