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Se Calaf diventa un Blade Runner. Una Turandot dal futuro a Bologna

By 10 Giugno 2019 No Comments

Da favola a distopia futuristica, un’opera per il nostro tempo fatta di fragilità, ribellione, emancipazione e conquista. Un dialogo sulla Turandot appena messa in scena al Teatro Comunale di Bologna.

 

Francesca Sabatini: Che impressione fa a questa donna a noi donne? Empatizziamo? Ci piace?

Martina Robuschi: Turandot nella tua fredda stanza guardi le stelle che tremano d’amore e di speranza . È difficile empatizzare con una principessa che non ha alcuna pietà per i suoi pretendenti, si tratta comunque di una donna che da mozza teste, diventa sconfitta per amore ma che alla fine ottiene sempre il meglio per sé ma senza alcun merito.

F: Ma davvero l’amore è un merito? Non so tu ma io sto pensando alla sua contrapposizione con Liù, e al fatto che nonostante la sua devozione le vengano riservati il sacrificio e la morte. Di certo non sono logiche facili con cui scendere a compromesso, ma dubito che a Puccini piacessero le cose facili. Mi fa pensare a Guerra e Pace, in cui Nikolaj, dopo anni di fidanzamento con la devotissima Sonja, l’abbandona per quella che per lui è letteralmente l’ultima arrivata, La principessa Mar’ja. Un grande scrittore e un grande compositore ci ricordano che le regole dell’amore purtroppo non si sovrappongono a quelle della “giustizia”.

A proposito di giustizia, come ti è parsa la giustizia di Turandot nei confronti del genere maschile?

M: Già è vero.. l’amore non è un merito ma Turandot comunque lo ottiene come se fosse una testa. è questo che affascina di Turandot: un personaggio privo di intelligenza emotiva e di conoscenza del proprio io, inconsapevole dei propri sentimenti se non che del terrore derivante dalla truce fine della sua ava per mano di un uomo; un personaggio che trova sollievo solo vedendo decapitare il genere maschile, che per lei dona la vita come uno sciocco. Per quanto riguarda la giustizia di Turandot, per quanto rivedibile, è magnificamente spietata, vuole imporsi al genere maschile, vuole eliminarlo come fosse il nemico, ma poi, cade innamorata di un uomo, e la cosa paradossale è proprio che da sempre siamo abituati agli amori straziati, conquistati e lottati, mentre Turandot, non fa nulla per conquistarlo.

F: Non a caso il regista e i designer che hanno realizzato i video hanno pensato di ambientare Turandot in un futuro distopico in cui la principessa instaura una dittatura femminista: alla conferenza stampa uno dei membri del collettivo AES+F ha parlato di una deriva estrema del #meToo, il movimento di denuncia avviatosi in America dopo il caso Weinstein. Ho pensato che fosse una chiave interpretativa perfetta per Turandot, che non è stata semplicemente attualizzata: rappresenta il nostro futuro, è una sorta di metafora della radicalizzazione cui sono soggetti tutti i movimenti del nostro tempo, religiosi, sociali, politici. Non solo la visione di fondo: anche la messa in pratica di questa futuristica intuizione femminista è visionaria. A questo proposito tu come l’hai trovata?

M: Mi sembra una chiave di lettura perfettamente calzante. Turandot sembra proprio abbracciare questa deriva estrema del movimento #metoo, impersonando una delle rappresentanti che dopo essersi dichiarata vittima si scopre carnefice. La protagonista pucciniana, a mio avviso, sembra essere più futurista e integra della tipologia di attivista suddetta, direttamente si fa idolatrare con terrore e come carnefice, infatti lascia meno spazio alla sua ipocrisia proprio perché priva di emotività.

F: I colori acidi e sgargianti della Pechino futuristica creavano in effetti un curioso distacco emotivo che mi ha convinta; anche il modo in cui venivano illustrati, con esasperante lentezza, i trattamenti destinati ai poveri principi sconfitti da Turandot andavano in questa direzione, c’era quasi un piacere voyeuristico in quell’infinita ripetizione di gesti che precedono la tortura – dopotutto, all’opera, siamo tutti voyeur, e lo è in primis la folla di Pechino, che in questa regia però ha un’immobilità sinistra, da dittatura coreana, che secondo me molto si addice all’idea di oppressione ma poco aderisce all’immagine che Puccini ha del coro: in quest’opera infatti è una folla inferocita, non immobile, pronta a tifare ora Turandot ora i principi, a seconda di quello che lo ecciti di più. è stolido e furbo a un tempo stesso: un equilibrio delicatissimo e intelligente che Puccini ha saputo costruire e che nella regia si è perso un po’.

M: I colori e la regia così futuristica creavano un distacco sentimentale molto forte (amplificando e calzando il timbro dell’orchestra), e concordo con te quando dici che i video così rallentati e fatti di continue ripetizioni che davano un senso di distacco assoluto. Per quanto riguarda il coro in effetti l’imprinting che avevo ricevuto leggendo la trama scritta di Turandot era quello di un pubblico in Arena, invece appunto questo rallenty dato dalla regia ha influito sul coro rendendolo quasi fluttuante e ininfluente al volere della regina, insomma sembrava molto caratterialmente debole e velocemente chinabile.

F: “chinabile’ lo è senza dubbio. Peccato che non sia anche scalmanato e nervoso così come lo aveva disegnato Puccini nella partitura! Per fortuna, parlando di partitura, avevamo dalla nostra un buon direttore, che ha fatto risuonare tutto l’esotismo musicale che Puccini si è divertito a inserire con una miriade di strumenti inusitati, che è stato preciso e metricamente molto efficace, e dei buoni cantanti. La Sicilia, Liù, ha un timbro scuro, quasi da Tosca, dolce e drammatico come la figura cui presta la voce; Gregory Kunde è un Calaf assolutamente sopraffino, mai affrettato, un Heldentenor dall’interpretazione emozionante. Turandot strillava troppo… ma secondo me questo ruolo ai soprano fa paura.

M: CI credo, fa paura anche agli spettatori!! Io invece ho una domanda per te…

F: vai!

M: Non appena abbiamo saputo della scenografia futuristica e completata da video e schermi, abbiamo subito entrambe temuto che sarebbe stato totalmente denigrato perché troppo lontano dalla versione originale. Come commenti invece il fatto che siamo state piacevolmente stupite dal non sentire commenti stroncanti e “buate”, (cfr Traviata diretta da Bernard)? Confrontandosi con alcuni degli spettatori e origliando i vicini di poltrona in pochi sono sembrati contrari alla scelta di regia, piuttosto straniti ergo colpiti!

F: Effettivamente il pubblico è rimasto frastornato al punto giusto da non lamentarsi! Questa cosa mi ha colpito positivamente e mi ha fatto pensare che, dopotutto, ci fosse una vena di divertissement sufficiente nella struttura rocambolesca della scenografia (più ancora che nella regia) da renderla gradita al pubblico; dall’altra parte però non sono mancati i borbottii in sala, e le critiche, piuttosto piatte e banali, della stampa. Penso che sia un allestimento controverso che, come tutti gli allestimenti controversi, riesca a far parlare e magari a incuriosire. Il che, quantomeno a livello di passaparola, alla comunicazione di un teatro fa sempre bene. Penso che dopotutto ad aver premiato Cherstich e AES+F sia stata una certa coerenza di fondo, e il fatto di non aver stravolto la trama: se ci pensi bene, era una visione così aderente al tessuto drammaturgico da non lasciare adito a fraintendimenti: il pubblico ha visto Turandot, stravagante, straniante, ma pur sempre Turandot. La differenza rispetto alla Traviata è che, mentre quest’ultima ha un’ambientazione precisa, la Parigi del XIX secolo, Turandot è e rimane una fiaba. E le fiabe non hanno tempo.

 

 

Francesca Sabatini & Martina Robuschi

 

Nell’immagine di copertina:  © AES+F
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