Si fa presto a dire Biennale. Venezia nel guado: bella e irrilevante.

Si fa presto a dire Biennale. Venezia nel guado: bella e irrilevante.

Ogni due anni si celebra il pellegrinaggio di massa verso la Mecca dell’arte contemporanea. Artisti, curatori, collezionisti, critici, giornalisti, visitatori, studenti si mobilitano per esplorare le mostre, installazioni spettacolari e iniziative di ogni tipo che popolano Venezia racchiuse nel contenitore poroso della Biennale Arte. Evento strepitoso quanto si vuole, esercita dalla primavera inoltrata e per sei mesi la sua influenza (relativa) sul milieu dell’arte e della cultura e (assoluta) sull’economia della città.

Dal canto suo, la critica (artistica e non) si scatena puntuale – e dopotutto, è il loro lavoro: troppo didattica, troppo politica-sociale-artigianale. Selezione troppo estesa – o limitata – per rappresentare correttamente le tendenze contemporanee. Al di là dei titoli, il leitmotiv che ricorre tra le righe e si bisbiglia tra le umide calli è che la Biennale di Venezia non regge più il confronto con le cugine d’oltralpe e presto vi soccomberà. In ogni caso, c’è il dilemma tra essere e apparire. Se da una parte i veneziani non possono negare i benefici in termini di immagine e consumi, per loro l’evento rimane sostanzialmente irrilevante, a tratti fastidioso. E i veneziani non sono gli unici ad avere problemi di interfaccia, perché dall’altra parte anche i visitatori sono abbandonati ad una navigazione a vista, con pochi supporti all’orientamento e alla lettura (basti pensare che la Guida ufficiale, a due mesi dall’inaugurazione, è acquistabile solamente nelle due sedi principali). Un ‘naufragare dolce’ per alcuni, un annaspare schizofrenico per altri… Vari sono i sintomi, una è la malattia – o comunque la possibile cura. Una sindrome cronica ma non mortale, buone notizie: si può curare. È un problema di dialogo, ed è generalizzato a molte istituzioni culturali. Un dialogo innanzitutto con sé stesse, poi con il mondo là fuori.

Partiamo con ordine, torniamo ai sintomi. Da anni si vocifera di come la qualità della manifestazione veneziana sia in calo, specialmente in confronto alle molteplici biennali che sono andate affermandosi in tutto il mondo. Nonostante alcuni sostengano che questo presto o tardi ne decreterà la fine, l’intuito ci suggerisce che l’unicità dello scenario lagunare continuerà ad assicurare alla sua biennale un posto fisso nel calendario artistico dei ‘must see’. Ma per quanto inverosimile possa suonare il pronostico, non possiamo negare che sia l’espressione viscerale di un problema più profondo. La percezione di una frizione tra contenitore e contenuto, di una parziale inadeguatezza, una sorta di sensazione di scomodità.

Forse più che di contenuto si tratta di un problema di forma, di presentazione. Basta una visita, e subito ritroviamo quell’attrito. Non dà sfoghi visibili, non è un’eruzione cutanea ma un malessere interiore. Venezia è di fatto un mero contenitore: bellissimo, una cornice magica che sembra quasi galleggiare sul filo dell’acqua. E il contenuto di punto in bianco plana sulla laguna. Due mondi distinti, non comunicanti, una minestra su un vassoio. L’assenza del rapporto e del dialogo tra la Biennale e il contesto sociale dove è calata è lampante, non c’è la benché minima coesione tra prodotto artistico/culturale e città(dini).

Sono buchi nell’acqua. Il campanello suona da tempo, e il Padiglione Venezia – a livello teorico – avrebbe le carte in regola per un parziale riscatto della cultura del luogo (se non della popolazione). Istituito nel 1932 come uno spazio dove rappresentare il meglio dei prodotti locali, nel 2017 è l’emblema di uno sforzo che manca di strategia, visione e dedizione. Oggi il padiglione presenta una collezione di oggetti di lusso tendenti al kitsch esposti secondo una narrativa che è a tratti folcloristica. Ad esporre sono le imprese del lusso made in Italy (che per la maggior parte producono fuori Venezia) e all’appello c’è un solo artigiano veneziano. Questa opulenza di materiali, tecniche e maestranze che hanno reso Venezia famosa e grande nel passato, nulla ha a che vedere con un avvicinamento della città alla Biennale qui ed ora, dove il contenuto del Padiglione Venezia, lungi dall’essere rilevante, appare totalmente fuori luogo.

Se dunque nemmeno è riuscito l’intento di coinvolgere le maestranze artigiane Veneziane, viene da chiedersi come e se mai sarà possibile una relazione vera con la città, che vada oltre alla convivenza forzata e (mal?) sopportata. Possibile o meno, se la Biennale si impegnasse di più a dialogare con sé stessa, con la città e con i suoi cittadini potrebbe assicurarsi un miglioramento di status e del suo futuro, anche nel delicato scenario internazionale.

Per una possibile cura, acqua nei buchi. Non si tratta di mettere in atto un programma di coinvolgimento a posteriori sul prodotto finito (come ‘effetto speciale’, un’app da scaricare per accumulare sconti, prendere punti bonus per la frequenza a talks e seminari o numero di padiglioni visitati), ma piuttosto di lavorare sul ‘community engagement’ all’inglese, partendo tra l’altro dalle crescenti necessità di curatori e artisti. La nascita e diffusione all’interno del mondo dell’arte di tendenze votate alla partecipazione del pubblico (visitatori) e della comunità locale hanno fatto emergere nuove esigenze, soprattutto da parte di artisti che vengono da nazioni (e culture) dove l’arte contemporanea ha bisogno della ‘vita’: del pubblico e della comunità locale.

Si tratta quindi di sondare il terreno, mappare strutture e gruppi sociali più o meno organizzati già esistenti/operanti sul territorio (specialmente quelli extra-artistici, dai pescatori agli Scout alle signore della Caritas). Entrarvi in contatto, innanzitutto come persone, per intessere relazioni, e successivamente portarvi i contenuti interfacciandosi alle necessità di artisti e curatori. Questo lavoro di ricerca ha il potere di far emergere tematiche trasversali ai vari livelli della società, interessi e preoccupazioni condivise e specifiche che se prese in considerazione possono alimentare l’attualità e la rilevanza di manifestazioni culturali come la Biennale.

Ma prima di cercare un dialogo con ciò che sta fuori – tessuto sociale, operatori e visitatori – è necessaria un po’ di introspezione. A monte della ricerca di rilevanza ciò di cui c’è realmente bisogno sono una chiara visione e una linea di pensiero (e azione). Lo sforzo iniziale dovrebbe partire dalle istituzioni, con l’indicazione di linee di priorità ‘politiche’ (… e l’assenza al momento attuale di tali linee-guida si può tracciare a ritroso fino ai livelli più alti della governance culturale Italiana) I contenuti veri e propri invece devono essere riconducibili al programma artistico, gestito in questo caso,dalla Fondazione Biennale di Venezia, per assicurare coerenza tra teoria e pratica. La ‘visione’ va dunque bilanciata con la giusta dose di azione, magari attraverso una figura o un organo dedicato che si occupi di diffusione e implementazione. Una sorta di Dipartimento per il rapporto con la comunità, per le relazioni con la città e i cittadini. Uno strumento che si occupi di gestire il rapporto tra arte e persone con la duplice funzione di incentivare e facilitare gli interventi artistici.

Una strategia ‘win-win’ è possibile: la Biennale offre un servizio strutturato che permette di lavorare meglio sul piano artistico, e allo stesso tempo innesca un percorso per diventare più rilevante per i cittadini ed assicurarsi di essere ospitata in un contesto “sano”. Un lavoro lungo tutto l’anno, ogni anno, che potrebbe anche catalizzare l’integrazione dei vari rami della Biennale di Venezia, fare da collante e facilitare il dialogo tra le diverse discipline (arte, architettura, cinema, danza, teatro). Perché alla fine, ciò che le unisce – quello che hanno in comune – è proprio Venezia stessa. Che non è solo un monumento costruito sul pelo dell’acqua.

 

Mariangela Dalfovo

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