Dove si trovano le Muse? Nuovi modi di pensare gli spazi espositivi

Riformuliamo gli itinerari dell’arte per fornire nuovi spazi alla cultura e miglioriamo l’accessibilità alla cultura dentro e fuori i musei, dentro e fuori le piazze. Un percorso innovativo che parte da qui e da noi.

Dove si trovano le Muse? Nuovi modi di pensare gli spazi espositivi

C’era un’epoca in cui si andava al cinema per vedere uno spettacolo inedito, impresso su una pellicola deteriorabile e preziosa. C’era un’epoca in cui in TV si poteva vedere un solo canale, e proprio per questo si andava al cinema e a teatro, e proprio per questo aspettando di cenare la famiglia si riuniva per vedere tutti insieme quell’unico programma prima che apparisse l’immancabile “monoscopio”. C’era un tempo in cui si usava essere curiosi. Oggi la curiosità è diventata pigra. Abbiamo perso le tracce dello straordinario e tutto rischia di diventare scontato.

 

I nuovi media rendono ogni cosa, per sfortuna o fortuna, accessibile e il nostro bagaglio di conoscenza è lontano da quella fisicità propria dei media d’antan. Ora il nostro database è virtuale e supportato da sconfinati archivi digitali. Anche nel quanto mai controverso mondo dei musei sembra essere stata adottata tale soluzione, un esempio ne è Google Arts&Culture, piattaforma nata dalla partnership tra uno dei più potenti colossi della rete e le grandi realtà museali disseminate in giro per il mondo. La nuova parola chiave è “accessibilità”.

 

A ben vedere dunque, sembra che una delle chiavi di lettura del nuovo millennio sia il cambiamento, certamente digitale ma, perché no, anche fisico. Innovare, spostare, ricollocare serve per migliorare e facilitare – senza usare quel brutto termine che è “semplificazione” – le connessioni tra le persone e la cultura, tra l’arte e il territorio. Ripensare l’arte al di fuori dei luoghi istituzionalmente e convenzionalmente deputati fa sì che si crei una più profonda integrazione e coesione con il tessuto sociale e la base territoriale di riferimento al fine di determinare nuovi modi, spazi e tempi di relazione tra le opere e i fruitori.

 

Sappiamo bene e sembra addirittura pleonastico ribadire di quale patrimonio artistico l’Italia disponga. Da recenti studi è stato rilevato che sono presenti ben 4.976 tra musei e istituti culturali, pubblici o privati che siano [dati del censimento ISTAT del 2015]. Questo considerevole numero è così suddiviso: 4.158 musei, gallerie o collezioni, 536 complessi monumentali, 282 parchi archeologici. Andando ancora più nel dettaglio, si è stimato che il patrimonio diffuso italiano presenti 1,7 tra musei et similia ogni 100 chilometri quadrati, e che un comune ogni tre ospiti una struttura museale.

 

Le risorse non mancano, come si vede, eppure il potenziale di tale patrimonio rimane ancora largamente inespresso. I musei vengono troppo spesso considerati come meri contenitori privi di qualsiasi significato che suoni diverso da quello basico: depositi di opere d’arte. È forse giunta l’ora di ripensare i musei e immaginarli come le vecchie e fascinose scatole di latta delle nonne, colme di aghi e fili utili per ricucire gli ormai quasi lacerati legami con il tempo presente, custode di un tempo passato ma soprattutto artefice di visioni del mondo dei prossimi anni. Le Muse sanno guardare avanti.

 

È giusto, efficace e significativo, in tempi di rimescolamento delle dinamiche urbane, attivare nuovi snodi della cultura attraverso un processo che attribuisca una rinnovata dignità a spazi desueti e insoliti attraverso l’arte per ingenerare processi di coesione e inclusione sociale e soprattutto per stimolare criticità e curiosità nelle nuove generazioni del pubblico culturale. Questa è la strada, magari in salita, che stanno percorrendo realtà diverse come Napoli, che ha deciso di aprire una sede dislocata del Museo Archeologico all’interno dell’aeroporto della città, luogo di passaggio che potrebbe forse così diventare anche di sosta. Parte della collezione del museo, al momento custodita nei depositi, verrà esposta per dar modo ai frettolosi e distratti viaggiatori di avere un assaggio di quello che li aspetta fuori dalle insonorizzate mura dell’aeroporto. Uno spazio pensato per far atterrare i visitatori direttamente nel cuore della cultura partenopea, con l’intento nobile e intelligente di restituire anche ai cittadini i simboli della loro storia e della loro cultura.

 

Portare le collezioni fuori dai musei per ricontestualizzarle in luoghi convenzionalmente estranei alla condivisione culturale è certamente una strategia vincente; consideriamo che già in anni non sospetti un museo all’avanguardia come il Rijskmuseum si era già servito di questo protocollo. È tuttavia importante però stare in guardia affinché questo approccio fondato sulla delocalizzazione, come i tanti altri che stanno diffondendosi sul territorio italiano, non sconfini in una poco elegante campagna promozionale, ma per ora non vogliamo far i guastafeste.

 

 

 

Federica Antonucci

Tools For Culture

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