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Sinergia di contraddizioni: dialogo su Te.CA

By 14 Dicembre 2018 No Comments
Ghislain Mayaud, Coralli al vento, 2017

 

Te.CA è una teca. Non si tratta di un semplice acronimo fortunato, bensì di una tautologia, dacché la Temporary Compact Art è esattamente questo. un cubicolo di 32x55x23cm, situato ai piedi di una scalinata degli uffici amministrativi dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. “Un gioco”, nelle intenzioni di coloro che l’hanno concettualizzata e poi posta in essere, fra i quali spicca Gianfranco Neri, Direttore del Dipartimento di Architettura e Territorio dell’omonima università. Le contraddizioni insite nella piccola galleria si sono snodate attraverso un dialogo fra chi scrive e lo stesso Professor Neri.

Né galleria né museo

Sul sito che le è dedicato, Te.CA è presentata come la galleria più piccola del mondo; si tratta di una definizione ambiziosa e ambigua a un tempo, dacché la galleria, nell’accezione contemporanea, è uno spazio adibito al commercio dell’arte, vissuta come prodotto piuttosto che come bene esperienziale; Te.CA invece è non solo pubblica, ma aperta, in essa non si entra, è piuttosto lei, piccola galleria quasi invisibile, a entrare nel percorso quotidiano di chi la frequenta.. Te.CA sembra quasi una sfida, non solo per le sue piccole dimensioni ma anche per le sue modalità di fruizione.

G.N. “Non poniamo limiti alla provvidenza: Te.CA sfugge alle categorie, non è di certo museo perché le mancano  i presupposti, eppure, come ha correttamente sottolineato, è una sfida, e in quanto sfida sfugge alle categorizzazioni imposte correntemente dalle logiche di mercato dell’arte. Il progetto che ha preceduto Te.CA, “Opera sola”, parimenti si opponeva alla concezione bulimica dell’arte così come è prodotta e fruita nelle gallerie e nelle fiere, e attraverso l’esposizione di una singola opera su un cavalletto in una stanza bianca (sempre all’interno dell’Università) voleva ampliare lo spazio della riflessione e offrire occasioni più fertili di dialogo con l’opera.”

Ha l’ambizione, come si è detto, di essere la galleria più piccola del mondo, anche se lei stesso, che è fra l’altro curatore delle esposizioni che periodicamente vi si tengono, sostiene che la decisione di presentarla come tale aveva lo scopo di renderla più attraente, più che di iscriverla in un’effettiva competizione sulle dimensioni.

Renderla più attraente per chi?

G.N. “La sorpresa è la vera chiave di lettura; renderla attraente per chiunque voglia farsi sorprendere dalla sua presenza in un luogo inaspettato. I vernissages che si tengono in occasione dell’inaugurazione delle mostre hanno riscosso un successo molto grande presso il corpo docenti e gli studenti, ma non solo: in molti vengono a vederla da fuori, mossi dalla curiosità, siano essi cittadini o turisti.”

Né utile né futile

La presentazione di Te.CA, sempre sul sito dedicatole, afferma che “La galleria Te.CA del dArTe sembra un gioco futile, ma non è più futile di quanto non lo sia qualsiasi forma d’arte.”

Non posso fare a meno di pensare a due connessioni antitetiche fra loro: da una parte, per quanto riguarda le sue caratteristiche spaziali, al raccoglimento lirico degli epilli ellenistici, a Callimaco: un gioco dalle risonanze arcaiche e archetipiche. Dall’altra, pensando alla sua dimensione “giocosa”, a Infinite Jest, (Gioco infinito) di David Foster Wallace, autore postmoderno la cui opera più monumentale è al tempo stesso un vertiginoso esercizio di stile e una tragicomica farsa di vita.

A quale necessità (logistica come espressiva) risponde uno spazio espositivo di dimensioni così epigrammatiche? Dov’è, nel concetto di Te.CA, il limite fra il gioco d’arte e l’istanza culturale?

G.N. “Il concetto di limite è difficilmente applicabile a questo contesto, come pure quello di equilibrio: lo scopo di questo “esperimento”, in un certo senso, è proprio quello di cogliere una situazione in cui non c’è un equilibrio.”

Gianfranco Neri, La soupe et les nuages, 2017

 

Visibile e impercettibile

Sempre a questo proposito, va notato che le sue dimensioni la rendono, se non proprio un limite, una sfida alla vocazione pubblica della sua collocazione: quasi che fosse a metà fra il rischio di essere invisibile e la volontà di innestare l’arte nei percorsi quotidiani dei cittadini – o, in questo caso, degli studenti.

Una provocazione: si potrebbe interpretare come una risposta sibillina a nuove istanze della cultura, dell’arte e del vivere lo spazio. Eppure, quanto può essere efficace nella sua condizione di isolamento?

G.N. “In realtà, la sua dimensione ridotta riesce, quasi per converso, a suscitare un interesse che, se fosse stata convenzionale, non avrebbe avuto. Lo dimostra il vivo coinvolgimento degli artisti che hanno esposto lì le loro opere. Abbiamo cercato uno spettro di partecipazione il più ampio possibile: non solo studenti e professori, ma anche esponenti del panorama locale e internazionale: fra i calabresi Pino Caminiti, la cui opera è stata esposta fino al 7 novembre, e ancora altri membri della scuola di Belle Arti di Reggio Calabria. Franz Fischnaller, artista internazionale di rilievo, è rimasto affascinato da Te.CA e si è proposto per un’esposizione fuori dagli schemi (Fischnaller usa tecnologia e nuovi media) di cui non voglio anticipare niente. A ciascun artista Te.CA si presenta con un potenziale e una problematicità differenti: fra le mie aspirazioni per Te.CA c’è quella di coinvolgere Chiara Correse, artista napoletana delle piccole cose, e Giacomo Costa, i cui metri quadri di tela sarebbero messi alla prova dalla nostra galleria.”

Assoluta e relativa

Le dimensioni di Te.CA, che in valore relativo sono ridotte rispetto allo spazio circostante, in valore assoluto sono sede di un’infinità di sperimentazioni possibili per l’artista, che di rado ha a disposizione per sé l’intero spazio espositivo di una galleria. Sfida, in un certo senso, la nozione di spazio giocando con le sue relazioni con il mondo circostante.

In che modo gli artisti hanno interagito con lo spazio a loro disposizione?

G.N. “Te.CA pone in essere una delle prime lezioni dell’architettura, che è quella di mettere in discussione la nozione stessa di spazio, che non è un assoluto: Te.CA compie una forzatura nei confronti di ciò che sta fuori; non è Te.CA a essere piccola, è lo spazio esterno che, in rapporto con essa, risulta inadeguato e fuori proporzione. Gli artisti hanno risposto in modo di volta in volta diverso a questo spazio – tutti però, senza eccezione, hanno capito che Te.CA non va sottovalutata. Gli esperti capiscono istintivamente che non è un gioco – o meglio, lo è, ma come ogni gioco ha le sue regole. Proprio a causa della peculiarità spaziale di Te.CA, si potrebbe dire che chi sbaglia, sbaglia grosso. A un certo punto sono tutti un po’ preoccupati.”

Transitoria e atemporale

La nozione di tempo è insita e primaria nel nome stesso di Te.CA: temporanee sono le esposizioni, “transitivo” è il luogo in cui Te.CA si colloca e temporanea, necessariamente, sarà la fruizione da parte dello spettatore.

Quali reazioni e relazioni possono essere innescate da un simile contatto?

G.N. “Per quanto riguarda le reazioni e l’affluenza, abbiamo provato a tracciarli, senza però spingere il tentativo ad un livello di “studio di pubblico”; attraverso dei sensori, ad esempio, delle luci che si accendessero al passaggio delle persone di fronte alla galleria; si potrebbe pensare a delle cuffie per dare a Te.CA anche una dimensione sonora, per vedere in che modo questo potrebbe alternarne la fruizione – un’idea di Giovanni Nocenzi, del Banco del Mutuo Soccorso.  Per quanto riguarda poi la transitorietà di Te.CA, insita nella sua posizione, c’è poco da aggiungere. Dopotutto… siamo tutti di passaggio.”

 

 

Francesca Sabatini

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