La creatività è piuttosto di moda. Dai rapporti economici fino alla pubblicità, istituzioni, professionisti e studiosi la considerano una potente fonte di crescita, come di fatto è. La questione, controversa come di norma succede, è che spesso la creatività è adottata come un’etichetta, associata a comparti produttivi (e aggressivi) come la moda, il design, l’eno-gastronomia; il che ci porta al passo successivo, legato al convincimento che qualsiasi somma spesa su attività creative possa moltiplicarsi; il risultato finale è semplice: investire in creatività, arte e cultura è economicamente conveniente, eticamente corretto e politicamente virtuoso.

Il rischio di una visione così semplicistica è molteplice: la spesa pubblica non serve a generare ritorni monetari, ma a rendere i servizi essenziali equilibratamente accessibili; la creatività non è un oggetto ma un’azione, il che significa che non ogni dipinto è un’opera d’arte, non ogni vino o abito o divano è di per sé creativo. La questione diventa in qualche modo labirintica. Come possiamo definire la creatività e mettere a fuoco il suo valore nel calderone Mediterraneo? Un calderone non è necessariamente uno scacchiere geografico, ma soprattutto una filosofia, un approccio metodologico, un paio d’occhiali che solo noi popoli mediterranei indossiamo e utilizziamo per interpretare la vita e il mondo.

Durante il decino del sistema manifatturiero dovremmo considerare alcuni fatti cruciali. L’eurocentrismo, insieme ai suoi pregiudizi coloniali, ha convinto anche troppi che il paradigma industriale competitivo fosse il miglior sistema possibile, e che in definitiva l’economia e la società avessero raggiunto la propria età dell’oro. Questo è del tutto falso. L’accumulazione materiale di beni, servizi e denaro può mostrarsi utile ad affrontare bisogni e desideri ma non garantisce la felicità, e rende la sua ricerca più dura e complicata. Tutti i mondi diversi sono stati, stupidamente, considerati ‘sbagliati’ o, peggio, ‘inefficienti’. In realtà ciò di cui abbiamo bisogno è una società efficace (l’efficienza è soltanto una metrica da libro di testo).

Il calderone Mediterraneo può offrirci molti suggerimenti:

a) la fertilità cresce con la diversità;

b) la creatività nasce dall’abilità di fare qualcosa che non sappiamo fare;

c) lo spazio e il tempo non dovrebbero essere interpretati come griglie protettive (e costrittive), ma come paesaggi nei quali e durante i quali possiamo disegnare i nostri percorsi con un approccio empiristico;

d) i tre lati del Mediterraneo possono insegnarci molto, fondendo gli approcci sintattici e paratattici, combinando visioni astratte e concrete, associando la rappresentazione del sé con il desiderio della contemplazione.

L’abbiamo fatto per secoli e ha funzionato magnificamente, nonostante i (troppi) tentativi di ridurre tutto a una lotta per la proprietà privata.

Alla luce di tutto questo dovremmo essere attenti e delicati quando un’area attraversa turbolenze e contraddizioni: la nostra lunga tradizione basata su connessioni e scambi risulta pericolosamente danneggiata da stupide dispute per la terra, i confini e i muri. Qualunque sia l’area ferita – come capita in Siria e in Libano nel nostro tempo – non soltanto finisce per drenare la nostra capacità di generare valori condivisi e forza comune, ma fa partire una sorta di rassegnazione collettiva, permettendo che poteri esterni (e di norma coloniali) si intrudano nel nostro ritmo unico di cooperazione, ibridazione e fertilizzazione incrociata. È, drammaticamente, il vano ritorno a un passato inventato, nutrito dall’illusione di essere protetti. Ma va nella direzione opposta al flusso della civiltà del presente.

L’esempio più eloquente di come la società emergente funziona è il cortile degli artigiani in cui esperienza, relazione e prossimità generano valore nelle azioni e negli oggetti, che possono apparire simili ma di fatto sono unici, dal momento che riflettono un dialogo indefinito tra artigiani creativi e clienti, e incorporano gli scambi informali del saper fare che artigiani fiduciosi accettano e incoraggiano, consapevoli che la creatività è un valore quando viene elaborata, proprio come il cibo che acquista valore grazie al cuoco. Questo dovrebbe spingerci a mettere in risalto i nostri tratti comuni, le nostre somiglianze, e potrebbe aiutare nazioni deboli, aree in conflitto, popoli incerti. Solo la creatività potrà salvarci dalla stupidità.

Michele Trimarchi

 

Originariamente pubblicato su https://www.ettijahat.org/page/1009?fbclid=IwAR3VfHLL5uOFLYYRbyN0YUCnh1wMvS2xn8v9HyFwfL_7NRAId8JgdSRwlKA

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