Someone in the crowd: un ragionamento a due voci su La La Land

Someone in the crowd: un ragionamento a due voci su La La Land

Carlotta Susca: A distanza di qualche giorno dalla cerimonia degli Oscar, credo che uno degli aspetti più interessanti di La La Land sia la sua capacità di generare meme e rielaborazioni da parte del pubblico. Non so se hai visto il trailer rifatto à la Lynch…

Michele Trimarchi: No, questo mi manca, però ho letto molte reazioni d’ogni genere, sempre viscerali, il che mi sembra un bel segnale sull’impatto di un film che a prima vista potrebbe sembrare quasi sempliciotto.

Carlotta: https://www.youtube.com/watch?v=6-suOHmYLbo

Michele: Evidentemente ha toccato molti nervi scoperti …

Carlotta: A proposito di “sempliciotto”: uno dei filoni narrativi più vivaci è proprio quello delle love stories, anche nelle serie TV. Mi sembra che si parta dai classici intrecci per sperimentare variazioni di genere.

Michele: Dopo molte migliaia di anni siamo sempre lì, se capissimo di essere fragili e di chiedere soltanto un po’ d’amore forse tante questioni non si porrebbero nemmeno. Certo, stavolta mancava il villain.

Carlotta: Il musicista pop è un super villain.

Michele: Sì, ma non si oppone. Mi manca il baritono delle opere liriche, il Don Rodrigo del caso, il che non consente deviazioni e distrazioni: sei in qualche modo costretto a restare appeso lì, senza far finta di niente.

Carlotta: Una delle critiche che ho letto al film riguardava proprio la riflessione sul jazz: Sebastian è un purista e lo hanno criticato perché avrebbe un’idea vecchia del jazz

Michele: Mah, a fare i puristi c’è sempre la tentazione.

Carlotta: Secondo me Chazelle ha potuto rimanere sulla storia d’amore perché c’era tanto veicolato da altri linguaggi: visivo, sonoro …

Michele: Certo, ma questa è la magia (a LA si direbbe: that’s the magic); il film non è sul jazz, e neanche sul cinema, per quanto lo corteggi di continuo.

Carlotta: Ma tu sapevi che La La Land è un’espressione esistente? Sul Merriam Webster è definita “uno stato mentale euforico simile al sogno, separato dalla durezza della vita”.

Michele: Come dire: terra di scemenze.

Carlotta: E poi c’è la canzone dei Delfonic “La la means I love you”.

Michele: Magari diventa un po’ saccente leggerlo in trasparenza, ma a me piace che il film esca adesso, in tempi torbidi.

Carlotta: Back to the basics.

Michele: Brava, il punto sta proprio qui.

Carlotta: A me in genere dà più soddisfazione la lettura indiziaria, ma la trama deve funzionare da sola, e questa lo fa egregiamente.

Michele: In tempore trumporum c’è urgenza di basics. E poi il dipanarsi è in qualche modo indiziario, ma è così sottile che quasi non lo si percepisce. Guarda caso, come in The Crown (ok, non andiamo OT).

Carlotta: Devo ancora finire The Crown, ma un solo accenno OT: la serie TV Love (Netflix) fa la stessa cosa: non c’è altro che una storia d’amore.

Michele: sì, ma Love mi è sembrato quel tanto depressivo da abbandonarlo. Torno a La La Land, mi sembra che il film abbia suscitato tanti dissensi e scetticismo proprio perché è apparso troppo limpido. Le tinte pastello danno fastidio agli apocalittici.

Carlotta: Oddio, le tinte pastello sono una delle cose più belle.

Michele: Non me lo dire…

Carlotta: Ho trovato un articolo sulla palette di colori e sulle scelte tecniche del cinemascope: pare che alcuni punti fossero meno nitidi in modo da orientare l’attenzione del pubblico.

Michele: Beh, che ci sia stata un’azione sottile di cesello è palese anche sul piano musicale.

Carlotta: La colonna sonora è spettacolare: a loop per giorni.

Michele: Basta pensare all’audizione che sconfina in un inno alla scompostezza: here’s to the mess we make.

Carlotta: Quella è la canzone che mi è piaciuta di meno.

Michele: Sì, ma teatralmente era potente, anche perché non stava in linea con il Rogers-Astaire world.

Carlotta: La voce di Ryan Goslin in City of Stars è struggente.

Michele: Assolutamente: perché è roca e si sente quasi più il respiro che il suono; e poi c’è la mappa dei muscoli facciali, che va a fondo in modo mirabile.

Carlotta: Sulla monoespressione di Goslin si esagerava: lui è perfetto.

Michele:A me è sembrato eloquentissimo, altro che monoespressione. E’ il tema forte: someone in the crowd …

Carlotta: Esattamente … may be the one.

Michele: Siamo in grado davvero di riconoscere quel someone in the crowd che ci dice chi siamo? Senza quel passato prossimo nessuno di noi avrebbe potuto costruire un qualche futuro.

Carlotta: Ci penso quotidianamente (perché mi sento fortunata): ma senza incontrarlo la vita si riduce a un parlarsi senza capirsi.

Michele: Ammesso che ci si parli … Comunque si potrebbe dire che il film è rivolto a un club.

Carlotta: Ma infatti nelle storie d’amore non c’è nulla di banale.

Michele: Chi non accetta la luce degli sguardi finali non ci è passato mai; e poi, finalmente, una storia d’amore in cui lo scambio genera forza e visione, anziché conforto.

Carlotta: Comunque la sequenza del what if vale tutto il film: la controfattualità delle scelte.

Michele: D’accordo, ma il what if è così naturale da non sembrare poi così tanto controfattuale. Un amore che ti regala uno specchio così potente non lo perdi comunque.

Carlotta: È la rappresentazione perfetta di un momento che abbiamo tutti sperimentato.

Michele: Verissimo, e mostra anche quanto quest’energia modifica l’ecosistema.

Carlotta: Che poi il tema è sempre la perfezione di ciò che non è mai avvenuto, perché non ha avuto il tempo di consumarsi.

Michele: Altro argomento forte: non più bisogni ma desideri. Il bisogno lo soddisfi,

il desiderio ti tiene in piedi e ti fa andare avanti solo perché continua a farti inciampare.

Carlotta: L’aspirazione frustrata è insanabile.

Michele: Non direi: frustrata, ma sostenuta e alimentata. Molto disneyano, in fondo: i sogni son desideri.

Carlotta: Ma che ha bisogno di legittimazioni, di qualcuno che la confermi.

Michele: Sì, vero. Ma il qualcuno parla già la tua lingua.

Carlotta: Però devi trovarlo, quel someone in the crowd.

Michele: Significa che devi essere ricettivo.

Carlotta: Il senso è quello: non trovare “l’amore” ma l’unica persona che parli la tua lingua.

Michele: In fondo Mia e Sebastian sanno ascoltarsi a vicenda pur senza rendersene conto. Le scarpe da tip tap lei le ha già in borsa.

Carlotta: La scena del What a waste of a lovely night è meravigliosa: è la più bella scena d’amore del film.

Michele: D’accordo. Ma così possiamo provare a elencare le parole-chiave. Direi: semplificare; ascoltare senza pregiudizi; perder tempo senza ossessioni.

Carlotta: Uhm … scendere a patti con la vita.

Michele: Non sono d’accordo.

Carlotta: Rimanere fedeli a sé stessi: entrambi accettano di essersi separati.

Michele: Mia non scende a patti, l’audizione sembra favorevole e lei rischia.

Carlotta: Ma scende a patti con il fatto che il successo la allontani da Sebastian.

Michele: Sebastian si fa cacciare per ostinarsi con la sua idea di jazz; non direi che scende a patti, semplicemente segue il flusso dei fatti senza forzarli. Mia si era già separata la sera prima per essersi legittimamente arrabbiata.

Carlotta: Dipende da cosa pensa nella scena finale mentre fissa Sebastian nel locale;

lei pensa che sarebbe stato bello ma che è andata così.

Michele: Posso dirti quello che ho pensato io da spettatore: lei pensa che senza di lui e della loro parabola non sarebbe comunque lì, e lui pensa la stessa cosa.

Carlotta: Esatto, ma che avrebbe potuto avere entrambe le cose, ma non lo ha fatto.

Michele: Diciamo che ogni amore nuovo è figlio legittimo degli amori vecchi; è che nessuno lo vuole ammettere per convenienza e buona educazione.

Carlotta: Sì ma nel film non c’è alcun modo in cui il marito di Mia possa sembrare un nuovo amore.

Michele: Diciamo che la cosa non rileva, e poi a noi spettatori non sta granché simpatico …

Carlotta: È detestabile, mentre il bambino ipotetico di Mia e Sebastian ti rende malinconico per il fatto che non sia mai nato …

Michele: Dai, non essere così dura.

Carlotta: Da spettatrice: Mia ha la carriera ma non l’amore.

Michele: È la vita delle cose che vanno avanti. Da spettatore: Mia ha la carriera perché un amore le ha fatto guardare lo specchio in un modo che non si sarebbe permessa da sola; se dovessi sintetizzare (è tempo di lasciare uno scambio che potrebbe durare quanto il film) direi che non masticavo un film così voluttuosamente e morbidamente da moltissimi anni.

Carlotta: Vero. Mi sembra un’ottima conclusione!

Michele: Promettimi che ce lo rivediamo insieme, in originale.

Carlotta: Per forza in originale!

Michele: Still we did what we had to do.

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