mappe

Street Art | Valore economico e impatto sociale.

By 14 Novembre 2019 No Comments

Sull’esperienza di Tor Marancia a Roma

Per mettere a fuoco il valore e l’impatto della ‘street art’, che negli ultimi anni è diventata elemento integrante dell’arte contemporanea, emerge la questione di come definire una forma d’arte di tendenza: la ‘street art’ potrebbe essere descritta genericamente come un sommario di tutte le forme d’arte che si manifestano nelle aree urbane, includendo diverse forme e mezzi come stencil, paste-ups, graffiti, murali, installazioni e sculture. Finora non c’è alcuna definizione conclusiva, dal momento che questa forma creativa non segue le regole tradizionali del mercato dell’arte; seguendo Peter Bengtsen (2014) “ciò che include viene costantemente negoziato”. La questione non è tanto in che modo definire la ‘street art’, ma in che misura questa forma di espressione artistica possa contribuire alla società, e quale impatto di valore ne possa scaturire.

La ‘street art’ è parte della storia urbana e può essere parte dell’identità di una città. È una riflessione pubblica sullo zeitgeist, la libertà e la diversità, e un modo per andar oltre le convenzioni. È una forma d’arte che non soltanto decora e fa rinascere alcuni scorci urbani, ma può avere un impatto sulle persone e infondere respiro alle comunità. La ‘street art’ può sollevare interrogativi e può risultare una piattaforma potente per inviare al pubblico messaggi critici, politici, rivoluzionari, di protesta, di analisi, di riflessione o semplicemente di bellezza. Mettendo in luce temi o argomenti del momento può promuovere conversazioni e sostenere rigenerazione sociale.

Sono numerosi e vari gli esempi di progetti internazionali di ‘street art’, che contribuiscono al miglioramento degli spazi urbani e delle loro comunità. Esercitano un impatto su diversi livelli (con diversi approcci e diversi effetti esterni) a seconda del luogo e del contesto nel quale sono stati realizzati. Per esplorare l’importanza e l’impatto che la ‘street art’ può realmente generare diamo uno sguardo più ravvicinato a un intervento vincente d’arte sociale a Roma, che mostra in che modo la ‘street art’ può trasformare e far crescere un luogo, in questo caso Tor Marancia.

Quartiere periferico di Roma, Tor Marancia si caratterizza per l’edilizia popolare e per questo non è mai stata un’area attraente. Per sostenere la rigenerazione sociale, culturale e urbana di quest’area sottovalutata l’associazione 999 Contemporary ha promosso il progetto “Big City Life” per la realizzazione di ventidue murali (ciascuno esteso 14 metri quadrati) sulle facciate di undici palazzi, da parte di ventidue artisti provenienti da dieci Paesi. Era cominciato con l’intento di portare l’arte nella vita quotidiana e creare uno spazio di raccolta invitante per oltre cinquecento residenti, è diventato uno straordinario museo all’aperto d’arte contemporanea che rappresenta diversi stili di murales aperto al pubblico sette giorni a settimana, ventiquattr’ore al giorno.

Il costo del progetto, circa 168.000 euro, è stato sostenuto dalla stessa associazione 999 Contemporary e, tra le istituzioni, dal Comune di Roma, dalla Fondazione Roma e da ATER, l’ente proprietario delle case popolari. Hanno tutti condiviso il proposito comune di trasformare la municipalità in un quartiere di arte pubblica coinvolgendo i residenti della zona, così come le scuole e le associazioni del territorio in n processo creativo durato settanta giorni, realizzato dall’8 gennaio al 27 febbraio, e inaugurato il 9 marzo 2015.

Nei due mesi impiegati per trasformare l’intero quartiere tutti i partecipanti (organizzatori, artisti, gruppi di cittadini) hanno lavorato a stretto contatto. Dopo gli incontri tra artisti e residenti gli artisti stessi hanno condotto workshop nelle scuole del quartiere, e sono stati realizzati laboratori professionali per garantire la promozione, il mantenimento e il rafforzamento del patrimonio artistico. Lo scambio creativo e il dialogo tra i partecipanti ha creato l’ispirazione di fondo per i lavori. Nei murales sono arrivate storie personali e radicate nella comunità, storie per le quali i murales sono stati creati. Solo poche opere sono visibili dalle strade che circondano il complesso di case popolari, il che comporta che chi vuole godersi questo museo all’aperto debba entrare nel complesso.

Ora, quasi cinque anni dopo la partenza di Big City Life, abbiamo parlato con Stefano S. Antonelli, presidente e curatore principale di 999 Contemporary, sulla crescita del progetto e dei suoi effetti.

Dal tuo punto di vista la ‘street art’ può rendere il mondo un posto migliore?

Credo che ogni forma emergente di rappresentazione visiva diventa arte quando elabora una richiesta. In questo senso direi sì, in ogni caso; d’accordo con Banksy sarei felice se la ‘street art’ rendesse il mondo un posto più bello.

Puoi descrivere il nocciolo del tuo progetto in una frase?

I miei progetti e la mia ricerca curatoriale intendono esplorare e sperimentare relazioni tra l’arte e la vita di tutti i giorni.

Quali sono stati gli obiettivi, primari e secondari, del progetto?

Musealizzare un’area negletta, che significa rendere l’arte significativa nella vita ordinaria delle persone. La nostra vita è dominata da immagini e messaggi pubblicitari, che hanno scopi precisi; a questi cerco di opporre un ugual livello di immagini interpretative. È come installare qualcosa che devi decodificare da sola tra significati potenzialmente infiniti, in uno spazio dominato da strumenti di comunicazione preconfezionati, finalizzati e dal significato unico. Il progetto è stato possibile solo grazie all’emergere di un’idea che vede l’arte capace di parlare a persone comuni, localizzandosi dove esse vivono e dove la democrazia si realizza, per le strade.

 

Il progetto dimostra che portatori d’interesse interni ed esterni possono lavorare insieme. Come è andato avanti? I partecipanti erano tutti direttamente convinti dell’idea o avete incontrato resistenza? Come avete superato lo scetticismo, e messo tutti d’accordo?

Ho cominciato a visitare il quartiere, entrando in contatto con la banda di ventenni che ne controlla il territorio. Li ho convinti ad aiutarmi nel progetto. La mia comunicazione era soltanto con loro e il loro ruolo era ‘tradurre’ le mie idee ai residenti. All’inizio ho incontrato uno strato prevedibile di perplessità, ma non di reale resistenza. Trattandosi di un quartiere di case popolari con bassa manutenzione, ho dovuto chiarire che i fondi non arrivavano dalla pubblica amministrazione, ma dalle mie tasche. Poi anche una fondazione privata e l’amministrazione municipale hanno stabilito di destinare una piccola parte del progetto. Superare lo scetticismo e unire mille famiglie è stato possibile soltanto attraverso il coinvolgimento della banda locale.

Hai definito il progetto come “un progetto di arte pubblica partecipata a diversi livelli”. Puoi spiegare i diversi livelli di partecipazione, e quali portatori d’interesse vi hanno partecipato?

La partecipazione può rivelarsi una narrativa retorica cattiva per questo tipo di progetti. L’esperienza dice che solo tra il 6 e il 10 per cento dei residenti partecipa davvero ai progetti di arte sociale. Ma durante la realizzazione del progetto alcune signore hanno cominciato a cucinare per gli artisti e ospitarli per un sonnellino. Dopo la realizzazione di pochi murali sono arrivati giornalisti e mezzi d’informazione, e cominciarono le visite al quartiere. Poi un gruppo di signore decise di acquistare e piantare fuori nei giardini comuni che erano in pessimo stato, e chiesero ai mariti di costruire un recinto per proteggerli.

Una delle regole del progetto era che ogni artista avrebbe inviato tre schizzi. Avevamo 22 facciate da destinare al progetto, e ogni facciata stava sulla residenza di quattro famiglie, alle quali ho sottoposto, attraverso la banda locale, gli schizzi tra i quali avrebbero dovuto scegliere. Poi, in presenza dell’artista, avrebbero potuto negoziare al temo stesso i contenuti e le rappresentazioni. Oltre ai residenti altri portatori d’interesse erano i proprietari con i quali avevo sottoscritto un protocollo d’intesa, e l’amministrazione municipale, ma nessuno interferì con il mio lavoro. Credo che non fossero così consapevoli di quello che stavo facendo, adesso le cose sono cambiate. Ecco i diversi livelli di partecipazione.

Come e da chi gli artisti sono stati scelti? Avevano libertà creative nella scelta dei loro motivi o la cosa faceva parte di una decisione collettiva?

La ‘street art’ post-graffiti non ha un proprio linguaggio specifico, ma le prove e la post-produzione includono il patrimonio visivo della storia dell’arte e i linguaggi contemporanei, dal vandalismo al marketing visivo aziendale. Gli artisti abbracciano ogni tipo di linguaggio visivo, dall’astrazione alla figurazione, dal formalismo al popolare. Ho scelto gli artisti per mettere a fuoco la ricchezza della diversità dei linguaggi espressi da quest’idea di arte. Ho cominciato a ragionare sul progetto con un piccolo gruppo formato da sei artisti. Poi ogni singolo artista coinvolto è stato scelto sulla base di vari fattori, dei quali il più importante era la consapevolezza di partecipare nello sforzo comune di cambiare la vita concreta di una comunità attraverso un sottile strato di pittura.

La comunità del quartiere è tuttora coinvolta nel progetto dopo che gli interventi artistici sono terminati? Chi si occupa del progetto e del suo programma collaterale?

Di fatto vivono nel prodotto del progetto. Da questa prospettiva sono profondamente coinvolti. Un gruppo di residenti, inclusa la banda locale, ha attivato un’associazione nonprofit per realizzare progetti sul museo e oltre. Non ho interferito con le loro scelte e con il processo di aggregazione della comunità. La posizione è osservare e prendere atto di ciò che va avanti.

L’arte ha bisogno di tempo per risultare efficace, ma in questo caso – per esempio – posso osservare rapide trasformazioni nell’identità del quartiere. Le nuove generazinoi della comunità cominciavano a dire di vivere in un quartiere residenziale ma adesso meglio conosciuto, prima nessuno sapeva di Tor Marancia. Dopo il progetto è diventato narrativa per i mezzi di comunicazione, come il quartiere dei murali; a questo punto le giovani generazioni hanno potuto identificare sé stesse, con orgoglio, con qualcosa di ‘cool’, bello e carico di significato.

Chiunque può organizzare visite guidate e progetti connessi perfino senza conoscere i problemi di quest’area. Come un museo, si tratta di un’esperienza autogestita.

Quali ostacoli, previsti e imprevisti, hai incontrato durante lo sviluppo del progetto?

Posso dire di non aver incontrato alcun ostacolo. Roma è una città abituata a ospitare l’arte da 2500 anni. Qui, se porti l’arte le persone di accolgono a braccia aperte.

Quali effetti sono visibili, adesso, dopo quasi cinque anni? Ci sono indicatori dell’impatto sociale?

Direi di sì, c’è un’identificazione più forte e un nuovo senso di appartenenza. Posso anche dire che c’è stato anche il recupero della storia del quartiere, con molti progetti spontanei di ricerca, ma è una questione cui risponderà il tempo. Comunque, nel mese di marzo 2020, dopo cinque anni, pubblicherò i risultati della mia ricerca scientifica sullo sviluppo del progetto. Inoltre, Tor Marancia è studiata da oltre quaranta università e centri di ricerca, ed è stata visitata da decine di migliaia di persone, inclusi statisti e celebrità. È diventato il set per serie tv, video musicali e ogni tipo di progetto culturale.

Qualche tipo di impatto economico è visibile?

Case popolari, in Italia, significa case fuori dal mercato; non sono in grado di misurare un eventuale crescita dei valori immobiliari. Relativamente al turismo, quest’area non era per nulla una destinazione turistica, si tratta dunque di un fenomeno del tutto nuovo, che genera anche un impatto sul commercio locale.

Che cosa ti ha sorpreso di più come ‘anima’ del progetto? Ci sono effetti che non avevi previsto?

All’inizio i residenti hanno avuto difficoltà a comprendere le differenze tra concetti come astrazione o figurazione. Dopo un po’ hanno cominciato a parlare serenamente di arte astratta e figurativa, così ho deciso di invitare Brad Downey che è un artista ma non un pittore. Il suo approccio al progetto era di lasciare una facciata del tutto bianca e utilizzare il denaro per risolvere problemi e riparazioni incomplete negli appartamenti delle quattro famiglie residenti. Un approccio concettuale, che ha portato alla realizzazione dell’opera di Downey intitolata “Il murale come soluzione dei problemi”.

Abbiamo spiegato ai residenti del palazzo che si trattava di un approccio all’arte del tutto diverso, ma che non è meno arte di un dipinto. Hanno capito, e l’obiettivo è stato far in modo che queste famiglie spiegassero ad altri, che chiedessero del loro muro vuoto, che anche questa è arte. Ne è venuto fuori che la maggioranza dei residenti che avevano un muro dipinto hanno pensato a questo come a una ‘supercazzola’, una specie di ‘nonsense’ presentato come qualcosa che avesse senso, e chi ci abitava come un perdente che non aveva la facciata dipinta.

Hai raggiunto, o addirittura superato, gli obiettivi che ti eri fissato quando il progetto è partito?

L’obiettivo più importante era rendere sia residenti sia artisti felici, e posso affermare che la missione è compiuta. Il progetto è nato riflettendo su che cosa fosse andato male in un progetto simile denominato “Ostiense District”, nel quale secondo me l’arte non riuscì a coinvolgere i residenti. I quel progetto lasciai che fossero gli artisti a scegliere le pareti e gli spazi, ed essi adottarono lo stesso paradigma scelto dalla pubblicità per piazzare i propri lavori: la visibilità, che non è sempre una buona scelta. Ci sono ulteriori cose da considerare, come il formato, la dimensione, il tipo di immagine, il grado realistico di coinvolgimneto dei residenti e così via. Un obiettivo che non mi aspettavo è l’emersione naturale del bisogno di una teoria curatoriale per l’arte negli spazi pubblici.

Ci sono nuovi progetti del genere in programma?

Ho un’enormità di richieste come “vorremmo che trasformassi anche il nostro quartiere negletto in un museo”, ma non è così facile. Ho visto molti progetti simili, anche nella mia città, creare illusione e poi rabbia e delusione, che producono una sensazione del tipo “neanche l’arte può fare qualcosa per noi”. Perdere la fiducia di queste persone nei confronti del potere dell’arte è terribile.

Grazie, Stefano, per il tuo tempo, la tua collaborazione e gli spunti interessanti sullo sviluppo e il risultato del progetto di Tor Marancia: un progetto che potrebbe diventare l’ispirazione per ulteriori interventi vincenti di arte pubblica con positivo impatto sociale.

 

 

Laura Vetter

 

English version of this article: qui.

CultureFuture

CultureFuture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.