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Take care

By 21 Aprile 2020 No Comments

“Prenditi cura di te”. Un invito, un augurio e un beffardo modo per dire addio.

Sono le parole che concludono la lettera che l’artista francese Sophie Calle ricevette dal suo compagno il quale, educatamente, alternando in modo sapiente virgole, rimpianti e fatalità, si congedava da lei. Nel 2007 quella lettera divenne un’opera d’arte, presentata al Padiglione francese alla Biennale di Venezia, e un libro: l’artista chiese a 107 donne, celebri e sconosciute, di età, nazionalità e professioni diverse, di leggere quella lettera e di avanzare una proposta a quell’invito ora divenuto una domanda: “come ci si prende cura di sé?” Ognuna rispose a suo modo e la lettera è stata trasformata in un cruciverba, in un testo analizzato a livello grammaticale, un monologo teatrale, una sentenza.

Sophie Calle, Prenez soin de vous, Actes Sud, Arles 2007

 

Nel 2008 chiesi quel libro come regalo di laurea: avevo 21 anni, una forte fascinazione per l’arte contemporanea e, ovviamente, un amore tormentato da salutare. Lo sfogliavo con avidità e ad ogni pagina trovavo una risposta e nuove domande: “Amore mio, si lascia e si è lasciati, è questo il nome del gioco. Sono sicura che anche questo sarà per te fonte d’ispirazione artistica. Mi sbaglio?”

Erano le parole della madre di Sophie Calle che non sbagliava: non solo si lascia e si è lasciati, non solo quella lettera sarebbe diventata un’opera fortunata, ma soprattutto quella lettera sarebbe stata fonte d’ispirazione per chiunque l’avesse letta.

«Come mi prendo cura…Soprattutto facendo i fatti miei. Unico inconveniente l’obsolescenza terrestre, ma tranquilli, che siamo comunque clonati», Nanda Vigo per Boîte, 10 ottobre 2015

 

Fu così anche per me che, proprio a partire da quel libro, decisi che l’arte contemporanea poteva essere un modo per prendermi cura di me, per emanciparmi da quel che mi era capitato di essere e, forse, per scegliere cosa diventare. In che modo lo avrei scoperto poco dopo …

Poche settimane dopo, infatti, incontrai Giulia, con la quale condivisi, fin da subito, molti interessi fra cui la passione per Sophie Calle. In un paio di mesi decidemmo di provare ad aprire una rivista tutta nostra e, unendo i nostri studi, la passione per la scrittura, pochi soldi e una discreta dose incoscienza, nel marzo 2009, nacque «boîte», una pubblicazione periodica, a tiratura limitata, dedicata all’arte contemporanea.

Ogni numero era custodito dentro una scatola di cartone, omaggio a Marcel Duchamp, e raccoglieva fogli sciolti, scanditi da rubriche che costituivano l’ossatura della nostra avventura editoriale: tutto partiva dalla consapevolezza che “tutta l’arte è stata contemporanea” e continuava con i racconti di “testimoni oculisti” per poi approdare alla “locanda dei forestieri” e inciampare in una “cesta di granchi”. Un insolito percorso fra luoghi enigmatici che trovava approdo in un ultimo foglio, intitolato “prenditi cura di te stesso” in cui comparivano consigli di lettura e segnalazioni di mostre (che a noi piaceva chiamare ‘la tua porzione di stelle’, poiché amiamo molto anche Dino Buzzati …).

Le nostre scatole, non senza sorpresa, hanno raccolto curiosità e così, in nove anni, ne abbiamo pubblicate diciotto, ampliando contenuti e le collaborazioni. Quel “prenditi cura di te stesso” è rimasto, per tutti i numeri, il nostro congedo, declinato, a partire dal dodicesimo numero, non più in “porzioni di stelle”, bensì in intimi colloqui con protagonisti del mondo dell’arte a cui, Antonella Scaramuzzino, collaboratrice della rivista, rivolgeva la fatidica domanda “come ci si prende cura di sé?”.

Ed è così che Gillo Dorfles ci ha raccontato la fortuna di certi incontri che hanno costellato la sua vita, ognuno un monito per coltivare un po’ di sé, come nel caso di Umberto Saba che lo spinse a scrivere poesie e l’abitudine quotidiana all’ascolto di musica d’avanguardia. Gli incontri sono stati cure preziose anche per Maria Mulas, commossa nel ricordare l’amicizia con Emilio Tadini, Gianfranco Pardi e Gianni Colombo; per Nanda Vigo che, fra musica jazz e David Bowie, guardava alle serate al Santa Tecla con Joe Colombo e Sergio Dangelo senza malinconia ma con “‘slavitudine’, una nostalgia slava, quasi un’antica devozione dei miei intatti sentimenti”.

E ancora riconoscenza per gli incontri fatti nelle parole di Giovanni Anceschi, pensando a Tomàs Maldonado, Lucio Fontana e gli amici del Gruppo T, e di Alberto Casiraghy, sempre pronto ad accogliere a casa propria chiunque, fosse Alda Merini, Giovanni Soldini o un giovane studente dell’accademia con la voglia di stampare un PulcinoElefante.

«Boîte», fotografia di Giulia Brivio

 

Aneddoti e racconti che, con spontaneità ci hanno spesso rivelato il significato dell’arte, come incredibilmente sono riuscite a fare le parole di Emilio Isgrò: «Le cancellature rientrano certamente nella sfera del prendersi cura di se stessi, perché […] rispondono al desiderio da un lato di preservare l’aspetto sano e non malato delle parole e delle immagini, dall’altro al desiderio di staccare la spina tutte le volte che la comunicazione rischia di sovrapporsi con idee ad altre idee cancellandole essa stessa per questa sovrapposizione. Difendere, proteggere, custodire. Prendersi cura».

In queste settimane sospese, solitarie e talvolta malinconiche, io e Giulia ci siamo ritrovate a domandarci se e come il nostro lavoro e, più in generale l’arte, potessero essere d’aiuto. Siamo state dubbiose, incerte e ci siamo rese conto di come siano altre le priorità, le urgenze, alle quali non si risponde con un libro o con una rivista, ma con estenuanti turni di lavoro di medici ed infermieri in ospedale. Mai come ora abbiamo riflettuto sulla parola ‘cura’, e, pur nella consapevolezza che il nostro lavoro non può essere in prima linea, abbiamo riaperto le nostre scatole, piene di incontri e suggestioni, riletto le parole che custodiscono e pensato che forse possono essere un regalo a chiunque in questi giorni ha voglia di leggere, di incuriosirsi e forse un’occasione per rendere quel “abbi cura di te”, non più un addio, ma l’inizio di una nuova condivisione.

“Come mi prendo cura di me stesso?

  1. Scegliendo e considerandomi allievo degli artisti, scrittori, architetti che stimo, indipendentemente dalla loro età.
  2. Non accanendomi a leggere i libri.
  3. Valorizzando le pause, il tedio.
  4. Mi prendo cura di me stesso coltivando le passioni, essenzialmente dell’arte, quella che tento di fare io e poi quella che fanno gli altri; ma, anche sulle mie passioni, non mi do tutto, mi rimane il mignolo di riserva che fa sì che, brechtianamente, ci sia un intervallo salubre tra sé e gli altri, se stessi, le cose e il mondo;
  5. Non mortificandomi troppo sui mancamenti, le omissioni, gli incontri perduti, né andando su di giri per quelli riusciti.
  6. A forza di prendermi cura di me stesso io mi perderò. Punto”.

Corrado Levi, «Boîte», #13, 2014

Tutti i numeri di «boîte» possono essere chiesti gratuitamente scrivendo all’indirizzo boite@boiteonline.org

Il sito è www.boiteonline.org

Federica Boràgina

 

Immagine di copertina: Sophie Calle, Prenez soin de vous, 2007, performance

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