Teatri di marmo (e di tempera): Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese

Teatri di marmo (e di tempera): Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese

Il turco Orhan Pamuk, divenuto premio Nobel per la Letteratura nel 2006, in una recente intervista rilasciata per il settimanale La Lettura, ha affermato come l’allestimento di un museo costituisca un atto creativo, assimilabile alla scrittura di un romanzo. Che sia un lavoro ugualmente paragonabile alla messinscena di un’opera teatrale?

È, infatti, un ineguagliabile palcoscenico barocco quello rappresentato dalla Galleria Borghese che, a vent’anni dalla riapertura e a quindici dalla mostra Bernini scultore (2002), per la prima volta offre al pubblico un unicum dal valore inestimabile: più di trenta marmi e numerosi bronzi e terracotte affiancano quasi tutti i dipinti realizzati da Bernini. Del resto, come sostenuto tra le pagine del catalogo dal Direttore Generale della Galleria Borghese, Anna Coliva, solo in tal modo è parso possibile ricostruire «la figura di Gian Lorenzo Bernini quale sommo artista, scultore senza pari e pittore per diletto».

La mostra, dedicata allo statunitense Irving Lavin in occasione dei suoi novant’anni, è nata con lo specifico obiettivo di guidare il pubblico lungo un iter che ripercorresse l’intera carriera del genio indiscusso del Barocco, concedendogli la possibilità di instaurare un dialogo diretto con le sue opere. Effettivamente, fatta eccezione per la Santa Bibiana, la quale, sebbene scolpita già nella fase di massima realizzazione dell’artista, per questioni di spazio accoglie i visitatori all’ingresso, il percorso risulta essere cronologicamente coerente.

La visita si apre con sculture quali le Quattro Stagioni Aldobrandini, il Satiro a cavallo di una pantera e il Fauno molestato da putti, appartenenti alle fasi iniziali di alunnato e collaborazione a fianco del padre, Pietro. L’iter prosegue calando i visitatori dapprima nel periodo in cui Bernini, misurandosi brillantemente con quello che per gli artisti dell’epoca costituiva un vero e proprio banco di prova, diede vita ai suoi meravigliosi putti e, successivamente, negli anni in cui si specializzò nel restauro, anche in tal caso dimostrando un talento fuori dal comune, come nel caso dell’Ermafrodito, scultura della quale egli realizzò il materasso, e dell’Ares Ludovisi, alla quale aggiunse l’Amorino e l’elsa della spada.

Il visitatore entra, poi, a stretto contatto con le opere che permisero a Bernini di specializzarsi quale ritrattista: l’espressione estatica dell’Anima beata e la fronte corrugata dalla disperazione dell’Anima dannata dimostrano la sua grande abilità non soltanto nel ritrarre espressioni, quanto piuttosto nell’imprimere sul marmo stati d’animo (seguono, quasi al termine della mostra, i “ritratti parlanti”).

Fin qui, tutta una serie di tappe che sembrano costringere anche i visitatori meno esperti ad avvicinare di molto i propri nasi alle opere, per osservarne i minuziosi dettagli. Zigzagando tra un’opera e l’altra, in questo continuo accostarsi e allontanarsi a teche e didascalie, la folla sembra guardarsi attorno quasi alla ricerca di un qualcosa di tanto atteso e immensamente bello.

All’improvviso, la tranquillità del percorso viene interrotta da quattro successivi colpi di scena: Enea, Anchise e Ascanio che fuggono da Troia, il Ratto di Proserpina, Apollo e Dafne e il David svettano in quattro distinte sale, letteralmente invadendo lo spazio con tutto il loro splendore. Il pubblico dialoga finalmente con i grandi gruppi scultorei, frutto delle committenze ecclesiastiche dei cardinali dell’epoca, nei quali l’estro di Bernini trovò libero sfogo.

Ma come si rapporta il pubblico con opere tridimensionali quali le sculture? L’incredibile diversità delle carni scolpite, dalle rughe di Anchise, alla sofficità di Ascanio, ai muscoli in tensione di Enea, Plutone e David, lasciano senza parole adulti e bambini. La mostra si fa dunque assolutamente dinamica, animata dalla tensione drammatica di opere che non sanno stare ferme e dal dinamismo di un pubblico in fervore, intento a girare attorno ad esse per godere da ogni angolazione del loro intramontabile fascino ed immortalarne la bellezza. Arte materica e spazialismo allo stato puro.

Il percorso espositivo si conclude, poi, mostrando un talentuoso Bernini pittore e grande ritrattista, come mostrano i suoi austeri Autoritratto giovanile e Autoritratto a mezza figura o il vigoroso David che stringe tra le mani la testa di Golia.

Nel complesso, si tratta di un’esposizione della quale si fatica a trovare reali difetti, considerando come la ricchezza di arredamento della Galleria e lo spazio a disposizione all’interno di ogni sala mal si concilino con ipotetici pannelli didascalici di grandi dimensioni o moderne proiezioni divulgative di sorta. Un evento barocco destinato a conservare gelosamente i propri tratti virtuosistici e copiosi, un’esposizione del tutto riuscita, pienamente in grado di destare la meraviglia di un pubblico, italiano e straniero, dal gusto raffinato.

 

Maria Eugenia Civilotti

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