Terzo Paesaggio: tu chiamale, se vuoi, rimozioni

Terzo Paesaggio: tu chiamale, se vuoi, rimozioni

Da tempo fotografo luoghi abbandonati in esplorazioni più o meno fortunate. Ancora ricordo la delusione quando non riuscii a raggiungere Kangabashi per un centinaio di chilometri, la città cinese esempio assoluto di  politica urbanistica mal applicata, mai abitata. Se l’esistenza del Terzo Paesaggio è legata all’aspetto demografico, e alla coscienza collettiva, mi spingerò oltre e dirò che esso può dirsi un frammento di questa coscienza collettiva.

Mutuando il linguaggio di Gilles Clément, potrebbero gli edifici abbandonati essere quindi assimilabili a un frammento mancante della coscienza collettiva?

Secondo questa narrativa, cosa rappresentano i “vacuoli”, quei corridoi biologici e passaggi attraverso cui il terzo paesaggio comunica con l’esterno?

Potrebbero essere attivati dall’operato dell’artista? Potrebbero gli artisti, quelle famose antenne del futuro, veggenti delle inclinazioni e collettive evoluzioni, incarnare un medium tra il conscio e l’inconscio di quel sociale, contribuendo al mantenimento dell’esistenza del Terzo Paesaggio? Ma perché è importante mantenerlo in vita?

Uno spazio privo di terzo paesaggio sarebbe come uno spirito privo di inconscio. Una simile situazione perfetta, senza demoni, non esiste in alcuna cultura.

L’esploratore dell’inconscio collettivo, l’artista, è attratto da quei frammenti rimossi, li intercetta per riportarli fuori, alla luce.

Colonie fasciste, ospedali psichiatrici, borghi svuotati, discoteche, fabbriche, cimiteri, parchi giochi e così via, potrebbero essere quei frammenti di memoria che vorremmo rimuovere.

Isolati, demonizzati, diventano residui, in attesa di ri-destinazione o abbattimento. In attesa di terapia e riprogrammazione.

L’esploratore dei luoghi abbandonati si immerge in una piega del tessuto urbano, che è anche un luogo volontariamente marginalizzato per ragioni storiche, antiche vergogne e cambi di bandiera. Perché il limite non è mai una linea, ma un’area percorribile, non è un taglio netto ma uno spessore.

Si immerge nel residuo dell’utopia moderna, dove si trovano abbandonate o incompiute le speranze di un mondo migliore, di un altrove che doveva essere costruito, dislocato nel tempo e nello spazio perché divenisse il luogo ideale, l’utopia moderna appunto, diventata poi “contro-luogo” del postmoderno.

Ingrossato di simboli, sovrascritto di passaggi e distruzioni, attrae nomadi urbani e viene da essi condensato, e in essi si incarna, in prassi vitale ed artistica.  Controculture per contro-luoghi.

Una differenziazione che avviene dall’interno, per funzioni, quella chiamata da Foucault “eterotipia”.

Queste le considerazioni alla base della mia ricerca visiva.

Le cose fatte inizialmente in modo intuitivo vengono sistematizzate negli anni, raggruppando motivi ricorrenti, cancellando nebbie. E’ così anche nella prassi artistica:  l’inconscio è portato fuori.

Esistono on line decine di mappe di luoghi abbandonati, esiste un business di visite guidate sui luoghi abbandonati. Mostre, libri. E’ una moda globale, underground lì dove non emerge quando legata a edifici di particolare importanza nei giochi di attribuzione e risignificazione collettiva o politica, ribattezzati in scacchieri terminologici come periurbanizzazione e sprawl.

Dal fotografo appassionato delle architetture brutaliste, al gruppo che ama inscenare fotografie spaventose inserendo oggetti estranei ad hoc, l’urbex ha sviluppato un’etica (e va da sé un’estetica), e si confronta vis à vis coi problemi sociali legati all’occupazione o agli usi comunque impropri di questi siti, che creano ulteriore sovrastruttura semantica.

Ogni posto ha la sua biografia, dalla nascita all’abbandono. Ed è questa la storia che si riesce ad ascoltare, attivando le antenne.

Un viaggio che comincia a partire dal mio studio, dove cerco di dar corpo alla densità di simboli e segni del luogo, cerco di essere un veicolo in senso sciamanico.

Un quotidiano lavoro di ricerca e documentazione organizzato puntualmente mi ha portato a costruire una mappa personale del Terzo Paesaggio formata dei luoghi di mio interesse. Su di essa le annotazioni pre e post visita.

Tra tutte le tipologie di zona, per usare un rimando al film Stalker di Tarkovskyi, quale se non il cimitero poteva contenere il significato di abbandono più incisivo e decisivo, dove il tempo stesso assume una piega diversa. Creato per disporre della nostra memoria oltreché dei nostri resti, sul suo terreno più che altrove hanno preso a camminare esploratori del rimosso. Perché è la morte il primo rimosso collettivo e insieme l’arte ad essa dedicata. Cimiteri sono piccole mura di campagna divelte da frane così come quelle gigantesche scenografie di marmi a cielo aperto che vanno sotto il nome di Monumentali, dove negli ultimi anni sono sorte attività legate all’arte e al turismo culturale. Cimiteri sono gli ossari come Le Fontanelle, o come quello semi sconosciuto delle 366 Fosse, sempre a Napoli, primo ed unico esempio di macchina illuminista per la disposizione di corpi umani in grandi quantità.

Così come è indispensabile conoscere i demoni dell’inconscio per assimilarli e integrarli nella persona, e mantenere l’esistenza del Terzo Paesaggio è indispensabile per mantenere inalterati gli equilibri e le biodiversità planetarie, è altresì importante, per quella psiche collettiva che ha prodotto quello scarto architettonico ed urbano, non dimenticarlo ma prendersene cura.

Nella Zona esiste una stanza, che ha il potere di avverare i sogni. Nel film, dice lo Stalker, coloro i quali sono riusciti ad entrare nella Zona non sono più tornati indietro. Ha avverato i sogni inconsci, perché non sempre quello che desideriamo è ciò che ci renderà felici.

La Zona, con la sua sola presenza, ha portato altrimenti a mutazioni genetiche negli esseri umani. Mutazioni ripetibili. La Zona è intorno a noi, avere abilità e desiderio è tutto ciò che basta per entrare.

 

Antonella Di Tillo


BIBLIOGRAFIA

“Manifesto del Terzo Paesaggio”, Gilles Clèment, Quodlibet, 2005.

“La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane”  a cura di Mauro Magatti, Ed. Il Mulino, 2007.

“Of Other Spaces: Utopias and Heterotoipas”, Michel Foucault, estratto da Architecture /Mouvement/ Continuité , Ottobre 1984.

“Architetture per colonie di vacanza” a cura id Valter Balducci, Firenze 2005.

RIFERIMENTI WEB

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