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Tonino Guerra a L’Aquila

By 17 Maggio 2019 No Comments

Sfugge alle definizioni Tonino Guerra, in quel caleidoscopio di esperienze e incontri che hanno dato forma alla sua vicenda di uomo e di artista. Aveva lavorato come sceneggiatore con i giganti della regia del Novecento rimanendo sempre ancorato a quel mondo rurale, fatto di cose semplici e genuine, quel mondo in cui era nato e a cui è tornato, dopo trent’anni vissuti in una Roma che era la Mecca del cinema. Sceneggiatore, sì, ma anche poeta e scrittore prolifico, e in questo suo aver vissuto in un mondo popolato di immagini – narrative, fotografiche, poetiche – non si è potuto sottrarre al tracciare racconti anche attraverso il segno, il gesto. Appassionato del disegno fin da bambino, Guerra appartiene alla grande tradizione di poeti-pittori che ci ha consegnato la storia, e ha lavorato fino all’ultimo muovendosi dalla bidimensionalità della pittura attraverso l’acquerello, i pastelli, le tecniche a stampa, alla tridimensionalità della scultura o dell’installazione con la ceramica, il ferro, il cartone, il legno. E poi arazzi, arredi spesso realizzati con il supporto di amici artigiani, oppure fontane, come quelle collocate a Cervia, Riccione o nella sua Santarcangelo.

Forse perché amante appassionato della natura, della terra, dei borghi che si inerpicano ostinatamente sull’Appennino, Tonino Guerra conosceva l’Abruzzo. Magari lo aveva visitato durante il lungo soggiorno romano oppure lo avevano incuriosito i racconti dell’amico pescarese Ennio Flaiano, fatto sta che amava questi luoghi e i suoi abitanti “forti e gentili”. E allora perché non portare a L’Aquila, città che aveva frequentato, un po’ della sua poesia?

Così l’Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo ha selezionato un corpus di opere grafiche realizzate da Guerra tra gli anni ’90 e i primi anni del 2000, che potessero raccontare un frammento del suo mondo senza confini in cui, tra colori vibranti e buffe presenze, regna sovrana la speranza.  E raccontare i colori della fiducia verso la vita nonostante tutto, in una L’Aquila a dieci anni dal terremoto dell’aprile 2009, vuol dire molto. Vuol dire molto anche il luogo in cui offrire questa narrazione. Sì, perché abbiamo scelto di lavorare con la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, istituita nel 2003 dall’aquilano Giorgio de Marchis durante la sua straordinaria carriera di studioso e di critico d’arte. Il suo archivio di arte contemporanea e la biblioteca sono raccolti in un fondo composto da 200.000 pezzi e una biblioteca di oltre 10.000 volumi ormai rari, che spaziano anche tra teatro, musica, storia, letteratura, insieme a una sezione di singolari cataloghi di esposizioni e di arte giapponese raccolti durante i vent’anni in cui ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.

La mostra è un viaggio in universo popolato di uomini, donne, fiori, animali, paesaggi, strumenti musicali, giocattoli, frutti, cose semplici, così semplici da avere in sé una forza evocativa potente. I vari elementi vengono accostati tra loro in modo libero, come associazioni mentali a cui i titoli delle opere, spesso, concorrono a dare un’ulteriore impronta di senso poetico come La bellezza si deve respirare, Mi tengono compagnia le cose inutili, Aspetto il sole e anche te. Poesia nella poesia.

Quelle di Guerra sono immagini dense di colori decisi che si fondono tra loro, realizzate con un tratto sicuro e rapido e questo uso del segno evoca l’uso delle parole proprio del suo essere narratore e poeta. Tra le varie figure alcune ricorrono con insistenza: le cupole delle chiese ortodosse e gli alti colbacchi – specchio di quel mondo russo che Guerra aveva imparato a conoscere insieme a sua moglie Lora – i fiori e gli alberi – amati e preservati con cura nell’Orto dei Frutti dimenticati a Pennabilli – e poi, dovunque, farfalle. Grandi o piccolissime, libere o catturate in bottiglia, sono una presenza costante. La ragione – tragica – di questa piccola ossessione si trova nelle parole di Guerra stesso:

 

La Farfàla

Cuntént própri cuntént/ a sò stè una masa ad vólti tla vóita/ mó piò di tótt quant ch’i m’a liberè/ in Germania/ ch’a m so mèss a guardè una farfàla/ sénza la vòia ad magnèla.

La farfalla

Contento proprio contento/ sono stato molte volte nella vita/ ma più di tutte quando mi hanno liberato/ in Germania/ che mi sono messo a guardare una farfalla/ senza la voglia di mangiarla.

Tonino Guerra, da Il polverone, Bompiani Milano, 1978

       

Universi giocosi e insieme dolorosi, pieni di memorie del passato e tensioni verso il futuro, perché la vita è un tutto indissolubile di tragedia e commedia «e gli incidenti di percorso sono come la neve, arriva, copre tutto, ma poi basta un raggio di sole o un po’ di pioggia per ripulire la terra e si può tornare a camminare felici»[1]. Si tratta, insomma, di piccoli pensieri, capaci di trasportare in un mondo originario, semplice, quasi a volerci far recuperare il grado zero della visione. Sono opere che funzionano da interruttori per accendere l’immaginazione e sognare storie, evocare ricordi, inventare il futuro: visioni che non lasciano osservatori passivi ma chiedono di sostare un istante, che interrogano sul perché delle cose, lasciando quella traccia di speranza che è caratteristica del fare poetico di questo artista multiforme.

Nel curare la mostra mi sono detta che sarebbe stato ingeneroso comunicare solo un aspetto del genio di Guerra e così, accanto ai suoi lavori di grafica, abbiamo allestito una reading room in cui poter sostare, leggere le sue poesie, sfogliare qualcuno dei suoi libri, osservare spezzoni dei film che ha sceneggiato, ascoltarlo mentre parla di quanto sia importante voler bene a una foglia.

         

Poi arriva il momento dell’apertura al pubblico e tra le sale affrescate di questo palazzo settecentesco, riedificato dopo il terremoto del 1703 e ora ristrutturato dopo il sisma del 2009, la gente è tanta. Osserva, sorride, fa domande, racconta storie. Qualcuno ricorda di averlo conosciuto, Tonino. Qualcun altro chiede dettagli tecnici sull’intervento di ristrutturazione del palazzo. Un ragazzo indossa le cuffie e resta incollato davanti al video in cui scorrono le immagini di Amarcord e Blow Up. Giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti scattano foto. Si brinda. Si cerca l’hashtag giusto per postare qualche bella immagine sui social. I bambini guardano le opere e a terra, su fogli trovati chissà dove, si mettono a disegnare farfalle. È la poesia della Vita che scorre. Quella che ha sempre cantato Guerra. Quella che continua a far andare avanti questa città, nonostante tutto.

 

 

Antonella Muzi

[1] M. Castellani, Tonino Guerra: «Io innamorato di San Francesco», in “Avvenire”, 12 marzo 2010.

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