Un decalogo creativo: le cappelle vaticane all’Isola di San Giorgio

Reportage dal Padiglione Vatican Chapels della Biennale di Venezia.

Un decalogo creativo: le cappelle vaticane all’Isola di San Giorgio

“In una sorta di trittico, che include le precedenti esperienze delle Biennali d’Arte del 2013 e 2015, la Santa Sede partecipa quest’anno per la prima volta alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, attraverso la realizzazione del Padiglione Vatican Chapels, nel bosco dell’Isola di San Giorgio Maggiore.”

Così si legge nelle prime concise e imaginifiche righe del comunicato stampa che Giulia Tosana, communication manager del Cortile dei Gentili, in attesa della vernice del 24 e 25 maggio, ha redatto e poi distribuito nelle eleganti cartelline grigio chiaro del Pontificio Consiglio della Cultura, per presentarci l’esordio in pompa magna del Vaticano in questa sedicesima edizione della Biennale Architettura: un progetto complesso, per la cui realizzazione è stato diretto, dal professor Francesco Dal Co – curatore della mostra, un magnifico dialogo tra *eccellenze italiane – le imprese costruttrici coinvolte per la realizzazione di ciò che è stato definito un “decalogo di presenze nel bosco” – *architetti internazionali – provenienti da dieci diversi angoli del mondo, ognuno con l’incarico di interpretare in base al proprio background culturale un diverso concept di cappella, integrandovi, secondo la visione di ognuno, altare e pulpito, i due elementi liturgici  imprescindibili – e dulcis in fundo (scusate, ma non ho resistito al fascino del latino per annunciare…)  la *Santa Sede – l’esigente commitente di questo ambizioso progetto.

Ma com’è nata l’idea alla base di tutto?

Qual era l’intento?

Durante questi mesi di lavoro nell’Isola dei Cipressi, stando dietro a quella famosa terrazza progettata nel 1952 da Luigi Vietti e Angelo Scattolin per il Teatro Verde e rivestita ora di un nuovo incarico – in quanto InfoPoint del Padiglione – ho avuto la fortuna di trovare le risposte che cercavo, parlando a tu per tu con le persone che hanno avuto un ruolo determinante nella riuscita realizzazione di Vatican Chapels. Tra questi:  il professor Francesco Dal Co – nostro curatore, docente dello IUAV nonchè famoso storico dell’architettura italiano; il professor Marco Mulazzani, coautore del catalogo Vatican/Chapels e professore associato di Storia dell’Architettura presso l’Università di Ferrara; e, last but not least, Francesco Magnani, l’architetto che ha diretto i lavori di cantiere insieme a Traudy Pelzel di Map Studio e che, insieme a lei, ha progettato il Padiglione Asplund, ovvero il preludio di Vatican Chapels – di cui scorgiamo in foto il tetto spiovente, pensato come rimando alle architetture tipiche del Nord Europa, ricoperto dalle novemila scandole impermeabilizzate, commissionate personalmente da Magnani con lo scopo di rendere un effetto “a scaglie di dragone” e prototipate ad hoc da Alpi, un’azienda costruttrice di Modigliana che produce superfici decorative in legno composto, pertanto la prima delle “eccellenze italiane” da nominare.

Ora, vediamoci più chiaro: come si inserisce la Santa Sede nel complesso Biennale e come dialoga con gli altri attori coinvolti nel progetto?

 

Didascalia: Foto dall’interno della Cappella Verticale di Sean Godell, architetto australiano per il quale la chiesa deve essere un luogo multigenerazionale, un luogo coinvolgente per la contemplazione, l’autoriflessione e la meditazione, e tutto ciò prima ancora di essere uno spazio per la liturgia, il dogma e il rituale. I sostegni angolari a doppio angolo d’acciaio della torre, realizzati da Zintek, sono un riferimento intenzionale di Sean Godsell ad un altro architetto tedesco, Mies Van De Rohe, che affermava: “il Dio è nei dettagli”.

 Nelle prime pagine della brochure informativa che ci ha fornito Zintek – la seconda eccellenza italiana, un’azienda costruttrice con sede a Marghera, quindi proprio dall’altra parte della laguna, che realizza coperture e rivestimenti di facciata in una lega di zinco-titanio e rame, e che ha dato vita alla cappella verticale progettata dall’architetto australiano Sean Godsell – per introdurre il tema di questa sedicesima edizione della Biennale Architettura, “Free Space”,  si legge una piccola introduzione di Paolo Baratta, Presidente della Fondazione Biennale, che spiega come la mostra internazionale di quest’anno, diretta da Yvonne Farrell e Shelley Mcnamara, ponga al centro dell’attenzione la questione dello spazio, libero e gratuito.

Ecco il primo spunto di riflessione: la gratuità del Padiglione Vaticano.

Il progetto, si sa, si sviluppa in un percorso espositivo articolato in dieci cappelle più una, concepite da tredici architetti chiamati a confrontarsi sul tema della cappella isolata, prendendo a modello la Skogskapellet di Erik Gunnar Asplund, risalente agli anni Venti del secolo scorso e immersa nel bosco del Cimitero di Stoccolma, che pare quasi la fagociti, rendendola parte integrante della natura da circa cent’anni. Questo è il “punto zero“, la partenza che il nostro committente, il Cardinal Gianfranco Ravasi, ha definito insieme al curatore, Francesco Dal Co, per dare il via a un’esperienza immersiva e coinvolgente rivolta ai visitatori, che vengono sorpresi da un itinerario a dir poco suggestivo tra natura e architettura, da intraprendere attraverso un bosco, quello di San Giorgio Maggiore, all’interno del complesso della Fondazione Cini: un luogo normalmente chiuso al pubblico e pertanto poco conosciuto o quasi “dimenticato” che, anche grazie a questo progetto, come si legge in alcuni degli articoli che sono stati scritti in questi mesi, viene “liberato dall’oblio” per essere restituito alla comunità come patrimonio culturale.

Dal giorno della vernice ad oggi, a poco meno di un mese dalla data prevista per la chiusura, hanno varcato la soglia del cancello della Residenza Vittore Branca (proprietà privata della Fondazione Cini, della quale il Padiglione Vaticano è, per questi mesi, gradito ed “esclusivo” ospite) per accedere ai giardini del Padiglione, ben 112mila visitatori provenienti da tutto il mondo.

Centododicimila persone che, grazie al Padiglione della SantaSede, hanno avuto modo di riscoprire l’isola dei Cipressi – definita “così vicina-così lontana” da Elisabetta Molteni nella prima parte del catalogo – e arricchita oggi  dalle opere architettoniche e dall’atmosfera che soltanto le sinergie create dall’incontro tra Biennale e Cortile dei Gentili possono infondere.

In questo senso, si pensi che “Space, Free Space, Public Space” possono rivelare sì la presenza, ma anche l’assenza in genere, dell’architettura, permettendo così all’immaginazione di suggerirci emozionanti suggestioni: gli architetti coinvolti nel progetto, infatti, lasciano un grande spazio alla natura, facendola irrompere nelle loro cappelle e permettendole in questo modo di dialogare con l’intervento umano, addirittura completando la struttura architettonica…a volte formando una cupola, come nella “Capilla della mañana” dei catalani Ricardo Flores ed Eva Prats o come nella “cassa armonica” del paraguayano Javier Corvalàn; a volte suggerendoci l’abside come fanno quei due pini marittimi dietro l’altare della cappella di Norman Foster, costituita da ciò che in gergo viene definitia una “tensegrity-structure” fatta di travi di larice e sostenuta da tre “alberi maestri” che danno la sensazione di stare all’interno di una nave, approdata dall’Inghilterra proprio tra quei due pini marittimi che formano l’abside ed anche una cornice sulla laguna, nel versante sud-est dell’isola.

 

Il dialogo però, nel nostro caso, non avviene soltanto tra architettura e natura: l’incontro  e il dialogo che il Project Manager del Padiglione Vaticano ha diretto in una prima fase iniziale tra i tre protagonisti di questa sfida (eccellenze imprenditoriali italiane, architetti internazionali e Santa Sede), è risultato fondamentale per l’avvio di un meccanismo efficientissimo quanto delicato ed imprescindibile per la riuscita di Vatican Chapels.

Riflettendo insieme al professor Mulazzani sui concetti fondamentali di spazio libero e gratuito, mi sono chiesta in quale modo si potesse sostenere la gratuità dell’ingresso al Padiglione Vaticano: spesso i visitatori varcano il cancello del parco mostrando il biglietto generale della Biennale Architettura e restando piacevolmente spiazzati quando spiego loro che la nostra area espositiva prevede l’ingresso gratuito.

Per garantire la gratuità del Padiglione è stato studiato quel sistema complesso cui accennavo, che ha visto collaborare sinergicamente diversi attori culturali e non, come le aziende costruttrici – che in quanto sponsor tecnici (etichetta che Dal Co vorrebbe abolire, come dargli torto?), hanno messo a disposizione degli architetti i loro  materiali come il legno di Alpi per il Padiglione Asplund, le ceramiche di PanariaGroup per la cappella di Cellini o la lega Zintek  per Sean Godsell, oltre al loro know-how, facendosi inoltre carico dei costi di realizzazione.

Come spiega il professor Mulazzani, i motivi veri che hanno guidato le azioni dei vari organizzatori devono tener conto del complesso di circostanze che ha portato finalmente a questa scelta: da un lato, si tenga a mente la necessità dell’inserimento organico del Vaticano all’interno del “sistema Biennale”. Quindi nel concreto, pensare di prevedere l’accesso al Padiglione della Santa Sede previo l’acquisto di un unico biglietto sarebbe stato decisamente complicato. In più si consideri che tutte, o quasi tutte le partecipazioni esterne dei Padiglioni “indipendenti” nel complesso Biennale hanno un sistema ad ingresso gratuito.

Volendo poi ragionare in termini ideali: esclusi alcuni casi di Basiliche o Cattedrali contenenti importanti opere d’arte, quasi mai si paga per entrare in un luogo di culto.

Altrettanto vero è che non sarebbe stato male rientrare nei costi con il ticketing.

Tuttavia, una volta presa la scelta strategica per questioni ideali di mantenere l’accesso gratuito al Padiglione, Francesco Dal Co, in quanto curatore e project manager di Vatican Chapels ha quindi dovuto pensare ad un potente meccanismo alternativo che fosse efficacemente funzionale a generare delle entrate (si intende, da aggiungere a quelle generate dalle vendite del bookshop Mondadori Electa): queste ultime, fondamentali per rientrare nei costi e di conseguenza per far sì che l’analisi di fattibilità risultasse positiva.

Per rispondere a questa esigenza si entra nella “Questione Sponsor”. A questo termine gli organizzatori reagiscono a dir poco negativamente, affermando che in questo progetto la “sponsorhip” è una definizione sminuente, e che va pertanto abolita per non togliere peso al prezioso lavoro svolto e al ruolo chiave rivestito dalle aziende partner, facendo così riflettere su una tematica fondamentale: la profonda se non abissale differenza che si colloca tra Sponsorship e Partnership.

Non si può dunque parlare di semplici Sponsor. Come si legge su diverse testate online, tra cui InfoBuild:

“Nell’operazione condotta dalla Santa Sede  sono state coinvolte diverse aziende produttrici: Alpi, Moretti, Panaria Group, Simeon, Saint-Gobain, Tecno, Maeg, LignoAlp, Barth, Zintek, Secco Sistemi, Moretti, Laboratorio Morselletto, che hanno fornito i materiali, sostenuto parte dei costi delle progettazioni e contribuito alla realizzazione delle singole opere (contributi sono giunti da Fondazione Cariplo, Terna, Fondazione Venezia, Iuav, Fondazione Cini, Generali e Sfms).

General contractor è l’impresa Sacaim; il coordinamento generale delle opere strutturali e la direzione operativa delle strutture sono state affidati a Tecnobrevetti Team Engineering.”

**Da non dimenticare inoltre la partnership con Piaggio, che ha fornito l’apecalessino brandizzato Vaticano e l’ape-bookshop!**

Un lavoro dunque complesso e coordinato, dove progettisti e architetti sono stati messi in relazione sia per garantire una copertura dei costi di costruzione sia per innescare una catena di scambi di know-how.

L’ideazione di questo sitema è da attribuire interamente a Francesco dal Co, impegnatosi per mesi nella ricerca di una soluzione a un problema oggettivo e reale: dall’incastro di pensiero progettuale sull’operazione medesima, alla definizione delle condizioni per la realizzazione del progetto, fino all’analisi di fattibilità.

Si pensi a come negli stessi cartelli posizionati di fronte alle opere vi sia riportato prima il nome dell’architetto, e poi sotto:

Con/With:

Nome dell’azienda.

Le parole “Con/With” indicano effettivamente una Partnership a tutti gli effetti e non certamente il rapporto intrinsecamente gerarchico di una sponsorship.

Si parla di un coinvolgimento più alto, di condivisione di ideali e di obiettivi, di lavoro sinergico e complementare.

A supporto di quanto affermato, mi è stato fatto notare da uno dei coautori del catalogo come, in quest’ultimo, ci siano sì i disegni degli architetti, ma i disegni esecutivi sono invece stati fatti dall’azienda correlata a quel determinato progetto. Il giapponese Terunobu Fujimori, ad esempio, fa disegni semplici, a mano libera. Poi invece Barth – azienda di Bressanone operante da ben quattro generazioni nell’arredamento per interni – e LignoAlp – altra eccellenza italiana  della città altoaltesina per la creazione di edifici in legno, entrambe “partner costruttrici” di Fujimori, si occupano dei disegni esecutivi per la realizzazione delle panche che troviamo all’interno della cappella (“firmate” Barth) e della struttura stessa in abete rosso (“firmata” LignoAlp).

 

Queste considerazioni emerse durante la mia chiacchierata con il professor Mulazzani, mi hanno fatto pensare alle criticità che possono esserci state durante quei mesi di lavoro coordinato nella fase precedente all’avvio del cantiere – quindi in piena fase iniziale di ideazione di progetto, durante la quale si è dovuto individuare lo spazio espositivo, gli architetti da coinvolgere, i progettisti e le aziende partner da assegnare ai vari architetti coinvolti, in base alle loro diverse esigenze.

Si pensi che i lavori di cantiere sono iniziati il giorno immediatamente successivo all’autorizzazione ricevuta dalla Sovrintendenza, arrivata all’incirca a fine febbraio 2018; ma il primo passo fu mosso a metà dell’anno precedente e consisteva nell’innesco di un dialogo e nella definizione del progetto stesso su richiesta della Santa Sede, che decide di affidare la curatela del Padiglione al professor Francesco Dal Co.

Di qui poi si è passati quasi simultaneamente 1) all’individuazione degli architetti  2) l’individuazione  del luogo (il bosco della Fondazione Cini) 3) e delle imprese coinvolte.

Una volta ottenuta l’adesione degli architetti “prescelti”, si denota che il progetto non era rientrato nei finanziamenti, per cui si da il via alla ricerca delle partnership – arrivando a coinvolgere le eccellenze imprenditoriali italiane (previ accordi e dialoghi tra  Sovrintendenza/Stato Vaticano/Stato Italiano).

Man mano che si sviluppa l’aspetto di correlazione tra progettisti e aziende, contemporaneamente, bisognava avviare – tra le altre cose – le richieste delle autorizzazioni necessarie e l’individuazione dell’impresa generale, Sacaim, con annessi i responsabili tecnici: Francesco Magnani e Traudy Pelzel, i due architetti del Padiglione Asplund che per tutto il tempo sono stati a capo del cantiere in quanto direttori dei lavori, occupandosi delle procedure formali e burocratiche.

Ed eccolo qui Francesco Magnani: ho scattato questa foto poco dopo una mia breve intervista. Lo troviamo seduto sotto al porticato della cappella americana, proprio a fianco dell’architetto newyorkese che l’ha progettata: Andrew Berman.

Quando li ho visti insieme, non ho resistito: ho subito chiesto a Berman di raccontarmi la sua “esperienza vaticana”, volendo sapere tutto su com’è stato lavorare con il suo partner di Erbrusco, la Moretti Spa, azienda bresciana specializzata nell’edilizia industriale che  “progetta edifici versatili all’insegna della massima efficienza energetica”.

Non appena glie lo chiedo, subito Magnani ironizza dicendo: “parla della birra!” 🙂

Da buon direttore tecnico dei lavori, F. M. ascolta con orecchio attento i primi minuti della conversazione ed interviene per continuare la chiaccierata in totale relax…mi ricorda che Moretti Spa ha affiancato anche l’architetto cileno con origini serbe, Smiljan Radic, nel suo progetto ed è proprio in questo momento che Andrew Berman mi sorride con sguardo sincero, prima di dirmi:

“It’s been an honour to work with them”.

Nessuna esitazione nella sua voce: continua poi ad esprimere, con il solo tono delle parole, quella gratitudine riservata di chi si rivela pienamente soddisfatto del lavoro svolto in sinergia con l’azienda-partner ed il resto del team tecnico.

Tocchiamo poi il temibile argomento: cosa succederà dopo il 25 novembre, data di chiusura del padiglione?

Guarda caso, quando li ho interrotti stavano parlando proprio di questo: traspare anche qui, dagli occhi profondi di un architetto che resta umile, la speranza metaforica di restare nell’isola con la sua cappella e lancia uno sguardo complice a Magnani.

Ricordo a chi legge che i permessi burocratici delle cappelle sono, per l’appunto, temporanei: ma nessuno molla il desiderio di fare la fine della Tour Eiffel, o del Ponte dell’Accademia realizzato da Eugenio Miozzi nel ’33, anch’esso costruito con un permesso burocraticamente temporaneo. (Piccola nota d’autore: non è forse questa speranza il motivo per cui Norman Foster, nel tentativo di radicare bene sull’isola la sua cappella-nave, lascia crescere rapide le piante di gelsomino intorno alle travi di larice della tensegrity structure?)

E qui non resisto: devo chiedergli qualcosa in più sulla sua struttura! La cappella di Berman, come si intuisce dalla foto, o si legge nel catalogo è “una forma anonima nello spazio“. La base è triangolare, 5metri per lato. Voglio sapere com’è nata l’idea: mi dice di essere partito dallo studio delle forme geometriche che si riscontrano nei vari angoli di Venezia e nelle sue Basiliche, focalizzandosi in particolar modo sul capolavoro che il Palladio ha realizzato a San Giorgio Maggiore. In questo modo è arrivato alla forma del triangolo, aggiungendo che non doveva essere la sua cappella la protagonista, ma il luogo:

“… like a place to slow down”

Quando poi condivido con lui la mia personale impressione di trovarmi all’interno di una sorta di moderna caverna di Platone, resta entusiasta della mia interpretazione e dice che sì, non ci aveva pensato, ma approva a pieno e convalida la mia teoria perchè, effettivamente:

” I wanted the Shape to be Platonic: like a pure form, uncorrupted”

Felice di non aver travisato il progetto dell’architetto, lo saluto cordialmente e mi ritiro per trarre le mie conslusioni.

Una delle parole-chiave su cui mi sono voluta soffermare è proprio questa:

INCONTRO. Incontro tra culture, esigenze e visioni diverse.

La seconda, invece è: DIALOGO. Un meraviglioso e suggestivo dialogo tra la Santa Sede, l’architettura moderna internazionale e tutte le eccellenze imprenditriali – 100% Made in Italy – che hanno reso possibile tutto questo.

Resta però l’incognita sulla chiusura del padiglione e il timore condiviso di un necessario smantellamento delle opere … in reltà ho avuto una soffiata del curatore….le cappelle resteranno almeno per altri tre anni, entrando a far parte del percorso della Fondazione Cini.

 

 

Costanza Cucinotta

 

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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