Un discorso intorno al corpo

Il corpo, un linguaggio analogico

Un discorso intorno al corpo

Paul Valéry scriveva:“… Il mio corpo è luogo del mio essere al mondo… è punto di incontro e convergenza… tramite tra me e l’altro”.

Il corpo parla, comunica, si presenta… oggi, nell’era della post(post?)-modernità ci chiediamo… come? con quale modalità? Molti studiosi della scuola di Palo Alto hanno ampiamente dimostrato l’esistenza e l’importanza di un linguaggio non verbale, un metalinguaggio che costantemente accompagna il linguaggio verbale ed hanno sostenuto che questo tipo di espressività, molto più del parlato, è utile per comprendere la reale disposizione emotiva del soggetto. Ed allora, per sondare i misteri del corpo e del movimento, bisogna andare indietro… addentrandoci in quella “terra sconosciuta” che riguarda l’esplorazione delle nostre radici antropologiche fino ai tempi più remoti, toccando le corde dell’“analogico”. Gli antichi, ben compresero che il movimento del loro corpo trascendeva la pura finalità esecutiva ad esso legata, e si inseriva in un movimento universale, in una originaria “danza cosmica”.

Il corpo quindi non è solo un “fatto” individuale, ma reca con sé tracce di eventi e vissuti collettivi…è portatore di simboli, luogo di archetipi, reca le tracce di un corpo antico che vuole parlare… e per avvicinarci a questo “mistero”, la danza (nel suo profondo senso antropologico e non di sola mera rappresentazione scenica) sembra il mezzo privilegiato per accompagnare l’uomo nella metamorfosi necessaria per fargli incontrare il sacro, in cui l’individuo “convibra” col Tutto.

E’ attraverso il movimento creativo che il soggetto può “ritrovare” i suoi contenuti originari e ritornare ad abitare correttamente il corpo.  Usare il movimento significa creare delle risonanze nella coscienza…è necessario (oggi ancor di più) il superamento della coscienza dell’emisfero sinistro con tutti i suoi controlli razionali per aprirsi alla coscienza intuitiva dell’emisfero destro… nella danza l’anima scivola in uno stato crepuscolare in cui si vive il livello sottocorticale, un livello molto vicino all’inconscio dove il controllo dell’Io si affievolisce e che viene definito da Lapierre ed Aucouturier come stato vicino al  rȇve-éveillé. La  rȇverie rappresenta quello stato intermedio tra lo stato di veglia e lo stato di sonno della coscienza e costituisce quella riserva inesauribile in cui il soggetto ha accumulato, fin dalla nascita, le sue angosce, i suoi timori, i suoi desideri, le sue speranze che permangono in ogni caso, di fronte al mondo esteriore, i fatti determinanti del suo comportamento. Ed è con la “coscienza disattenta” che si vanno a scrutare i sensi del corpo.

È attraverso la comprensione del mito, del sogno, dei simboli, che noi meglio e più ci avviciniamo all’Universale. La danza riproduce il micro – come il macrocosmo, l’essenza della vita che dagli spazi siderali scende giù in quelli comuni agli esseri mortali, ma che poi risale trascinandoli in alto con la bellezza dei suoi movimenti che, ognuno di loro, rappresenta, mai casualmente, il senso che li sottende.

Il corpo esce dai suoi limiti spaziali e va verso quell’“appello alla totalità” come dice Merleau-Ponty che è “insieme corpo, sogno, emozione che trovano nel simbolo la loro rappresentazione”. Il senso profondo di un lavoro col movimento è quello di intendere la danza come “quel nodo cosmico in cui per mezzo del gesto e del ritmo, il corpo ritorna alla sua totalità, alla sua interezza…”.

“Danzate, danzate – esclamava Pina Bausch – altrimenti siamo perduti”.

 

 

Marina Raglianti

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