Un grido dai professionisti del futuro: lasciateci entrare!

Domanda di cultura, capitale culturale, società onnivora.

Un grido dai professionisti del futuro: lasciateci entrare!

È piuttosto duro, se non del tutto sbagliato, parlare in nome di un’intera generazione. Tuttavia non c’è da vergognarsi (se non soltanto un poco) a esprimere un’opinione soggettiva da parte di una donna nata negli anni Novanta, si spera una futura professionista del frenetico sistema culturale. Lasciamo che emerga l’argomento, sempre bollente, dell’educazione culturale e il suo tono eccessivamente oppressivo che prevale in questi anni. Se sei già un professionista della cultura con un po’ di fortuna e hai qualche potere decisionale, allora ti conviene ascoltare attentamente. Se non ti trovi sul versante dell’offerta nel sistema bizzarro dell’arte e della cultura ma l’argomento ti intriga comunque, continua pure a leggere. Ti prometto che non sarà lungo né freddo. In fin dei conti, si tratta di un grido emotivo da parte delle nuove leve.

 

Gentile manager della cultura, fermati, per favore. Se continui a chiederti come ‘educare culturalmente’ i giovani per attrarli verso il tuo museo, galleria, teatro o festival musicale, smetti di perdere tempo. Rifuggi l’idea di educare qualcuno contro la sua volontà. Non ti collocare al di sopra di questi ventenni con il convincimento che “ne sai di più”. Forse è vero, ne sai di più grazie alla tua esperienza soggettiva, ma non è detto che quello che sai sia migliore. Ricordati, un giorno sei stato uno di noi. Allo stesso modo, considera che potremmo darti un bel calcio nel sedere se non collabori con noi dalla stessa prospettiva. Forse ti stai chiedendo: “Che cosa si aspettano da me questi frutti acerbi?” Ecco una soluzione semplice per te e la tua organizzazione dal punto di vista di una creatura immatura che ha da poco superato i vent’anni: non abbiamo alcun bisogno di essere ‘coltivati’ dai professionisti della cultura. Ci penserà la cultura stessa a parlare con noi al posto tuo. Lasciaci fare. Lasciaci entrare. Per consumare quello che desideriamo e quanto ne vogliamo.

 

Che cosa ci può essere di più allettante e gratificante di qualcuno che si fida di noi e rispetta i nostri gusti, senza cercare di alterarli per educarci come vuole? Qualcuno che ci offra l’opportunità di scegliere quello che preferiamo da un ventaglio di attività culturali. Prova a essere per noi questa persona: un manager della cultura che fa di tutto per rendere l’arte accessibile. Dacci incentivi a visitare il tuo museo. Rendi l’opera accessibile nel tuo teatro (mi spiace, magari non ti fa piacere avere a che fare con lo strato fragile della società, ma in fin dei conti è un buon investimento: siamo gli spettatori del tuo futuro). Spiegaci qualcosa quando te lo chiediamo perché abbiamo bisogno della tua esperienza, ma non ci imporre opinioni che non ti stiamo chiedendo. Mostraci tutto quello che custodisci nei tuoi depositi. Crea un’atmosfera accogliente per ogni studente e adolescente che passa per la strada. Lascia che apprezziamo l’arte, che costruiamo una relazione con le opere, che ci sentiamo speciali comprendendola e interpretandola a modo nostro.

 

Dacci uno spazio nel quale possiamo parlare, discutendo di quello che osserviamo, ascoltiamo o sperimentiamo. Lascia che siamo proattivi nell’esperienza culturale. Permetti al pubblico di contribuire e interagire costantemente con le opere d’arte. Più riusciamo a goderci ed esplorare i prodotti culturali, con più fiducia possiamo costruire poco a poco il nostro capitale culturale; è un processo creativo che cresce per effetto di ogni libro letto, dipinto o street art osservati, iniziativa culturale visitata. Si comincia da zero, basandoci sul gusto dei nostri genitori. Ci fidiamo del commento dello zio sulla musica. Ridiamo e piangiamo tra sorelle durante un film drammatico. Ci lasciamo influenzare dalle opinioni dei nostri amici. Proviamo a ribellarci. Attraverso tutte queste fasi, passo dopo passo, sviluppiamo il nostro gusto culturale individuale.

 

Quand’ero bambina i miei genitori fecero la cosa migliore che potessero per investire nel mio capitale culturale: mi lasciarono libera da ogni convenzione o vincolo. Ero considerata sempre un’adulta, pari a loro in ogni senso. Non c’erano film proibiti né letteratura inappropriata. La distinzione tra cultura alta e bassa non è mai esistita nel mio mondo. Ogni attività culturale e le discussioni calorose che la seguivano erano sempre incoraggiate e approvate dai miei familiari. Un’infanzia così mi ha resa un’onnivora culturale fino al midollo. “Qualsiasi cosa, purché non sia heavy metal”, mi diverto spesso a spiegare così i miei gusti musicali citando la sociologa Bethany Bryson. Credimi, siamo in tanti a pensarla così. Non vogliamo essere il tuo pubblico fedele. Né promettiamo di tornare nella tua istituzione culturale se ci tratti da scemi. I nostri interessi sono troppo ampi e variegati: buona notizia per un professionista della cultura – conoscendo questi dettagli puoi facilmente stuzzicare la nostra curiosità ed essere ricompensato dalla nostra genuina estasi. In fondo quell’espressione sensazionale scritta nelle nostre facce vale tutto lo sforzo che hai fatto, non è vero?

 

Sofiko Gvilava

(traduzione a cura di Tools for Culture)

Original version


References
Bryson B. (1996). ‘‘Anything But Heavy Metal’’: Symbolic Exclusion and Musical Dislikes. American Sociolog- ical Review. 61(5), 884-899. Retrieved from http://www.jstor.org/stable/2096459 (November 15, 2017).

 

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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