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Una distanza pericolosa

By 8 Aprile 2020 No Comments

Come stai? Non so te ma ho gli occhi in fiamme!

A chi lo dici, sono fissa al computer da giorni, leggo e guardo di tutto convinta che così non sia tempo sprecato.

 

Fortunatamente ho avuto un’istruzione superiore, non so quanto questo mi renda veramente competente (poco, ma questo è un tema che affronteremo in separata sede) eppure mai come ora la curiosità e, soprattutto, la capacità di soddisfarla mi sta salvando dalla noia, dalla solitudine e dal panico di avere quasi trent’anni e non aver combinato niente.

Così come mi salva appartenere alla classe media e disporre di libri, riviste, una connessione internet, pc, smartphone e tutto quello che occorre nel 2020 per sollazzare le sinapsi e tenere in moto il criceto (almeno lui!) che ho nella scatola cranica. Ma … cosa farei se non fossi io, se non avessi completato gli studi, se fossi nata negli anni Duemila in un contesto diverso, con poche possibilità e meno stimoli?

Cosa farei adesso se fossi stata nel pieno di un ciclo scolastico, se dovessi affrontare la maturità, se avessi iniziato quest’anno la prima elementare e una pandemia mi impedisse di andare a scuola?

Risale all’8 marzo 2020 il DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) nel quale si stabilisce: «La sospensione delle attività didattiche in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado e la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza».

“Possibilità” che, almeno in potenza, assume una dimensione concreta con il decreto del Ministero dell’Istruzione del 26 marzo 2020 nel quale vengono stanziati € 10.000.000 affinché le istituzioni scolastiche si dotino di piattaforme e strumenti digitali per la didattica a distanza, fondi ai quali si aggiungono € 70.000.000 per mettere a disposizione degli studenti meno abbienti dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme e degli strumenti digitali.

In potenza, per l’appunto, dato che solamente ieri sera, ad un mese dalla chiusura delle scuole, il Ministro dell’Istruzione ha fatto definitiva chiarezza sulla didattica a distanza dichiarando che: «Non può assolutamente essere considerata uno strumento opzionale ma una chiave di volta per il nostro sistema educativo».  Parole che fanno presagire uno scenario affatto roseo del quale gli stessi organi istituzionali sono consapevoli ossia che, dall’inizio dell’emergenza sanitaria, una parte della popolazione scolastica, nonostante le risorse messe in campo, non sta avendo accesso ad alcuna forma di istruzione.

Una preoccupazione che scavalca i confini della personale sensibilità dal momento che l’Istat ha rilevato che il 14,3% delle famiglie italiane, con almeno un minore, non possiede un PC (figura 1), condizione che di fatto non permette loro di godere del diritto all’istruzione.

Grafico tratto da: https://www.istat.it/it/files//2020/04/infograficapcTablet.pdf

 

In Italia la difficoltà di accesso alla rete e ai servizi ad essa connessi è strutturale come rivela Il report Istat del 18 dicembre 2019 sull’uso delle ICT (Information, and Communication Technologies) ed intimamente connessa al titolo di studio: naviga sul web l’82,9% di coloro che possiedono un diploma superiore contro il 51,9% di chi ha conseguito al massimo la licenza media (fig. 2).

Grafico tratto da: https://www.istat.it/it/files/2019/12/Cittadini-e-ICT-2019.pdf

Una sperequazione che, a dispetto delle risorse messe a disposizione, non potrà essere colmata a breve e che potrebbe diventare un baratro senza il potere democratizzante della scuola.

Facciamo un esempio, poniamo due bambini di 6 anni iscritti alla prima elementare; entrambi tra gennaio e febbraio hanno cominciato ad unire le sillabe, entrambi hanno imparato che vuol dire addizionare e sottrarre, e forse pure a leggere le lancette dell’orologio. Il 5 marzo 2020 questi bambini smettono di andare a scuola.

Da questo momento in poi le loro strade si dividono poiché il bambino A, che dispone di tutti i mezzi necessari, inizia da subito a seguire le lezioni on-line e, stimolato all’apprendimento da genitori laureati o diplomati che sopperiranno alle inevitabili carenze didattiche, arriverà a giugno sapendo più o meno tutto quello che ci si aspetta che un bambino di sei anni sappia.

E il bambino B? Beh, il bambino B non ha né una connessione internet né un pc, i suoi insegnanti non hanno altri mezzi per mettersi in comunicazione con lui se non, faccio un’ipotesi, il gruppo WhatsApp della classe. Il risultato? Di fatto il bambino B non è andato a scuola per un intero trimestre e le sue competenze saranno tutt’altro che conformi a quelle previste dal quadro di riferimento europeo e, aspetto ancora più grave, non avrà sviluppato il desiderio di apprendere. il bambino A e il bambino B non sono mai stati tanto distanti.

Una distanza sociale sempre esistita ma che mai come questa volta rischia di tradursi in esclusione e isolamento. Si fa presto a parlare di “cultura” come motrice di cambiamento ma se non si considera la complessità del momento storico contingente, “cultura” altro non è che una parola vuota, uno slogan borghese in bocca a chi, parliamoci chiaro, ha e avrà sempre accesso ad essa.

Diletta Piermattei

CultureFuture

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