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Una nuova normalità (solo cambiare potrà salvarci)

By 13 Aprile 2020 No Comments

La parola ‘crisi’ viene dalla latinizzazione del greco ‘krisis’, che significa ‘fase decisiva in una malattia, periodo in cui una decisione difficile o importante deve essere adottata’ (https://www.merriam-webster.com/dictionary/crisis). Tutti sappiamo che i cambiamenti richiesti per contenere la diffusione del virus (isolamento, vita quotidiana, quarantena) risultano pesanti, ma in tempi di moderazione è opportuno mettere a fuoco ciò che è più importante: decidere e cambiare.

Se leggete queste righe significa che state attraversando il giorno ‘riempite-lo-spazio’ della quarantena (per me è il trentesimo) nel mezzo di una pandemia globale; riconosciamo che niente è normale; ne usciremo – presto, confidiamo – per capire che il mondo al quale eravamo abituati è cambiato del tutto. Per quanto la cosa possa farci agitare, la paura del cambiamento non ci porterà da nessuna parte, stiamo già muovendoci pur senza capire granché.

Salutare a voce i passanti che incontriamo è diventato doveroso, dal momento che i nostri sorrisi non si possono vedere dietro le mascherine e le nostre mani è meglio che non si stringano; così apprezziamo ancor di più questi incontri, sono per molti di noi gli unici scambi con persone reali per tutta la settimana. Anche far passeggiare il cane – per i fortunati, come me, che già ne apprezzavano la lealtà cameratesca – è considerata di per sé libertà.

L’odore del pane appena sfornato mentre camminiamo per la strada non fa più parte – per adesso – della nostra routine mattutina, così come guardare o contemplare altre persone mentre impugniamo la nostra tazzina quotidiana di caffè. Computer, telefonini e tablet erano già popolari, ma adesso sono gli oggetti più preziosi, e ci connettono alla vita (e ce la mostrano) che qualche volta mancava perché ci rinunciavamo per scelta. Ora non abbiamo scelta, almeno per un po’.

Riunioni digitali, videoconferenze e chiacchiere senza fine c’erano già, ma ora partecipano ai nostri pasti, agli aperitivi con gli amici, le riunioni di lavoro, le discussioni, oltre a classi, lezioni di musica e danza, Pilates, yoga … tutto ciò che costruisce il nostro quotidiano si è praticamente spostato, ha guadagnato enfasi o è andato perduto. Perfino i nostri sensi stanno cambiando, e percepiscono la normalità delle nostre vite in un modo diverso.

Dopo tutto questo non possiamo tornare alla casella del ‘via’, quanto meno senza adottare le precauzioni necessarie, comprendendo che vivere nella paura non è per niente vivere, e aprendo la nostra mente – e i nostri scambi di idee – alle forme possibili di protezione in scenari come questo. Capire come la vita ‘funzionerà’ da ora in poi è indispensabile.

Rimarranno il distanziamento, la rilevazione della temperatura e altre misure di sicurezza, quanto meno per i prossimi mesi, forse anni; ma in realtà non dovremmo mettere a fuoco quello che già facciamo ragionandoci ancora, ma – al contrario – ci serve trovare una nuova ‘normalità’. Se tutte le nostre vite si sono mosse così radicalmente, perché mai l’arte – linguaggi, forme di comunicazione, struttura degli spazi – dovrebbe restare com’era? Non saremo com’eravamo – almeno, si spera – e abbiamo bisogno di rendere i luoghi dell’arte e della cultura raggiungibili, frequentabili, apprezzabili contro ogni resistenza, verso una nuova normalità.

Una delle verità universali – secondo il Buddhismo – è che ‘ogni cosa muta’; perché, allora, siamo così ostinati a mantenere le cose in un certo modo, quando sembra che la crisi stia provando a dirci il contrario? Può suonare piuttosto facile e utopistico, lo so bene, ma c’è da credere che possa accadere con un semplice cambiamento psicologico e culturale.

Smettiamo di pensare all’arte (in qualsiasi forma) come a qualcosa di irraggiungibile o esclusivo, misterioso, pedante e in qualche modo inumano. Anche se non la pensiamo così finiamo per subirne la percezione diffusa. L’arte è assolutamente umana, riflette valori, visioni e identità (https://www.theguardian.com/artanddesign/2016/jan/30/fat-felt-fall-earthmaking- and-myths-joseph-beuys). E noi – quando usciremo dalla clausura – avremo un bisogno disperato di un’identità, qualcosa che ci riporti insieme di nuovo, pure con la distanza che farà parte della nuova normalità.

L’odore del cemento freddo che si sente entrando nelle Gallerie dell’Accademia, l’immensità del David di Michelangelo e il nostro sentirci piccolissimi, la perfezione che vediamo nel marmo grigiastro … tutte queste sensazioni che non possiamo provare – per adesso – ma che certo rievochiamo con la lettura di queste righe, sono i nostri sensi – umani – che percepiscono l’arte.

Allora, proviamo a definire modi nuovi di percepire l’arte, aprire i nostri luoghi (lasciando che vengano esplorati e frequentati), invitare diversi artisti o gruppi – non soltanto i locali, e nemmeno soltanto quelli di fama internazionale – e trovare nuovi modi per sostenerla, attribuendo alla concessione di infrastrutture e servizi il giusto valore, localizzandola in luoghi insospettabili, usando gli spazi aperti molto più di quanto non si sia fatto finora.

E ancora, tenere attivi siti web e social media ricchi di contenuti e strumenti in tempo reale, ascoltare le generazioni emergenti – che hanno intuizioni illuminanti – e al tempo stesso quelle esperte, combinandone le visioni, rimescolare le dinamiche urbane in modo da promuovere la crescita economica delle periferie ma anche da portare chi è andato via indietro nella sua città … sono moltissimi i modi, i format, gli strumenti e le idee (https://www.brookings.edu/blog/the-avenue/2020/03/24/how-our-cities-canreopen-after-the-covid-19-pandemic/). Dobbiamo soltanto prepararci a valutarli senza pregiudizi e ad adottarli come non abbiamo mai fatto prima.

Costruiamo una nuova ‘normalità’ (una normalità più inclusiva, aggiungerei) e offriamo al pubblico della cultura un’esperienza nuova. Diamo a noi stessi l’opportunità di risintonizzare le nostre visioni per apprezzare davvero che cosa c’è lì fuori e in che modo possiamo farlo ‘funzionare’. È la paura la vera crisi, solo cambiare potrà salvarci.

Gabriela Marton Szalay

 

the new ‘normal’

 

CultureFuture

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