Un’app per ogni cosa

Adesso il mondo dell’arte è più accessibile che mai

Un’app per ogni cosa

In che modo la tecnologia può essere usata a beneficio del mercato culturale? È  questa la domanda alla quale ArtPassport, un nuovo progetto lanciato nel settembre 2017, intende rispondere. L’applicazione è un’estensione di Galleries Now, una piattaforma online che fornisce annunci e informazioni sulle mostre in tutto il mondo, e si può scaricare gratis dalla App Store per iOS, con la versione Andriod attualmente in fase di sviluppo. Il presupposto di ArtPassport è semplice: offrire “ogni giorno mostre d’arte a 360 gradi, dai musei e le gallerie più importanti del mondo”. L’aspetto più innovativo dell’applicazione è la possibilità di connettersi a un visore di realtà virtuale – ad esempio Google Cardboard, un sistema a basso costo che gli utilizzatori possono costruirsi da sé o comprare già completo. Dal sua lancio ArtPassport ha ricevuto una discreta attenzione dalla stampa, tra gli altri The Guardian e Forbes.

 

Ma ArtPassport, o ogni altra applicazione del genere, è un miglioramento necessario per il settore culturale? Si potrebbe ritenere di sì, certamente. Il reale punto di forza dell’applicazione è il suo valore sociale, dal momento che accresce l’accessibilità della cultura e dell’arte. Presenta il vantaggio di trascendere limiti temporali e spaziali: non è più necessario viaggiare a New York per l’ultima mostra di Yayoi Kusama, l’applicazione dista solo un click. Naturalmente, è utile tanto per il club dell’arte dall’agenda affollata d’impegni quanto per i nuovi pubblici che non possono permettersi il viaggio. E’ anche un tentativo di infrangere il muro esclusivo del mercato dell’arte, offrendo un’esperienza alternativa e meno imbarazzante della visita reale a una galleria. Attrarre i più giovani è cruciale per un mercato che ha bisogno di assicurarsi la sostenibilità nel lungo periodo. AirPassport ha il potenziale giusto per diventare il punto d’ingresso invitante e non minaccioso per artisti e collezionisti di domani.

 

La conservazione è un altro fattore significativo. Sono andati i giorni nei quali alla fine di una mostra rimanevano soltanto vaghe memorie e cataloghi troppo costosi; ArtPassport mantiene tutte le proprie iniziative in archivio, permettendo a chiunque di visitare quelle preferite, ancora e ancora. Costruendo un deposito digitale delle mostre, l’applicazione immortala un’esperienza che altrimenti resterebbe effimera. Se il progetto continua, il risultato sarà un capitale di conoscenze in continua espansione – fonte inestimabile di informazioni per le generazioni emergenti che non sono mai state in contatto fisico con gli originali.

 

Nonostante i suoi molteplici benefici, ArtPassport va incontro anche a qualche critica fondata. Sebbene la tecnologia sia appropriata, rimane limitata alla dimensione visiva e per questo non è paragonabile all’esperienza sensoriale più estesa connessa all’interagire con l’arte. Il suono dei passi, la sensazione di sfiorare gli altri visitatori, la temperatura della sala – sono solo alcuni degli elementi che costituiscono il paesaggio materiale di una galleria o di un museo, elementi che hanno un ruolo dirimente nell’esperienza culturale. C’è anche da dire sulla perdita del profilo collettivo del coinvolgimento culturale; ArtPassport mette a fuoco l’esperienza individuale, specialmente quando questa è accoppiata con una cuffia di realtà virtuale. Potrebbe rivelarsi un fattore alienante per molti, ad esempio quelli che scelgono di visitare una galleria con amici o affetti personali.

 

Naturalmente, forse il più grande limite di ogni forma di riproduzione digitale è la perdita dell’aura, un concetto proposto nel 1935 dal filosofo e critico Walter Benjamin. Allora veniva messa in discussione la riproduzione meccanica dell’arte, ma la questione rimane attuale: come può una copia, sia materiale sia digitale, essere all’altezza dell’originale quanto agli effetti sull’osservatore? L’esperienza diretta attiva la percezione di un contatto con l’artista, il tempo e il luogo di produzione, lo stesso gesto fisico della creazione. L’aura dell’opera non può essere tradotta in sequenze di uno e zero su uno schermo. E’ qualcosa che i curatori di ArtPassport dovrebbero tenere a mente – le mostre basate su mezzi come fotografie potrebbero risultare più efficaci sulla app, in confronto a quelle che offrono forme d’arte intensamente fisiche, come la scultura.

 

Il fatto è che se si vuole determinare il valore di ArtPassport, è ancora troppo presto. Il concetto di partenza contiene molte promesse. Dipende ampiamente dai suoi creatori e dalla direzione che essi scelgono di prendere, così come dalle questioni che decidono di affrontare. Per adesso la app potrebbe decisamente esporsi di più in aree convenzionali e al tempo stesso nei social media in modo da mettere a fuoco con precisione i potenziali utilizzatori che non sono coinvolti nel mercato dell’arte. La app potrebbe anche essere migliorata aggiungendo un canale sociale che permetta agli utilizzatori di interagire, discutere e controbattere l’un l’altro, emulando in questo modo la partecipazione culturale collettiva del mondo reale.

 

Tuttavia, la domanda più significativa da chiedersi è forse se ArtPassport sia un segnale precoce di cambiamenti radicali che stanno per toccare il mercato dell’arte, mano a mano che la tecnologia diventa sempre più dirompente. Non è possibile predire quali cambiamenti avverranno di sicuro, si può solo tentare di individuare gli scenari di fondo. Ad esempio, è eccessivo immaginare che gallerie e musei saranno indotti a ripensare i propri spazi espositivi in risposta al numero crescente di visitatori virtuali? E in che modo si può disegnare la realtà virtuale?

 

Naturalmente questo dipende dalla proporzione di consumatori culturali che attraversano la soglia tra reale e virtuale. L’uno non nega l’altro; in effetti lo scenario ideale sarebbe conseguire un equilibrio tra i due, dal momento che una mostra virtuale spinge più persone a visitare gli spazi fisici. Ogni possibile simbiosi del genere può esser costruita soltanto da una nuova generazione di professionisti della cultura flessibili e innovativi, che siano disposti a rischiare per infrangere lo status quo. Se gallerie e musei restano paralizzati dal modello tradizionale di quadri-appesi-alle-pareti, c’è un rischio reale che la dimensione digitale finisca per spiazzare quella reale – cosa che rappresenterebbe una perdita per il mercato culturale ne suo complesso.

 

In definitiva, fin quando non riusciremo a spezzare il vincolo tecnologico in modo da superare la distinzione tra reale e virtuale, ogni facsimile digitale di un’esperienza reale resterà soltanto questo – una copia. Per il momento ArtPassport e ogni progetto che lo possa emulare svolgono un ruolo essenziale: democratizzare la cultura, stracciando le sue etichette elitarie ed esclusive, e incoraggiare una nuova generazione di consumatori a partecipare a questo nuovo mondo emozionante nel quale la tecnologia va incontro all’arte.

 

 

Maria Carla Dobronauteanu

 

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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