L’università italiana in gabbia tra pesi e misure?

Premi Nobel, metriche accademiche e vecchi dilemmi.

L’università italiana in gabbia tra pesi e misure?
L’università italiana in gabbia tra pesi e misure?

Premi Nobel contro le metriche accademiche. Circola da qualche giorno un documento che elenca frasi di veri scienziati in palese dubbio sulla pertinenza dei metodi con cui la ricerca scientifica viene valutata. Non è una disputa da poco, se si pensa quante vite ne sono condizionate tra accesso, riti di passaggio e crescita personale, e in che modo queste dinamiche professionali si riflettano sull’insegnamento e sul futuro degli studenti. Proviamo a fare il punto.

Da quando frequento l’università mi imbatto spesso nella misurazione di grandezze complesse. Forse posso essere più preciso: mi imbatto nella riduzione metrica di attività per propria natura magmatiche e – possibilmente – evolutive. La ricerca viene misurata sui risultati, vera ansia da prestazione con cui si finisce per atrofizzare quell’orientamento alla scoperta che implica errori, correzioni e fallimenti, in una sequenza di tentativi: un uomo nero che cerca un cappello nero in una stanza buia, come Karl Popper definiva la ricerca, non può essere misurato in tempi stretti, al massimo nel corso degli anni si potrà capire in che modo i suoi percorsi avranno generato ulteriore ricerca e quel salutare avanzamento della soglia della conoscenza che dovrebbe essere l’unica preoccupazione dei ricercatori.

Ti presentano un collega, e mentre ti stringe la mano ti chiede: “Quante pubblicazioni hai?”. Come se scegliessimo gli amici in base all’altezza o al numero di scarpe. La ricerca continua a intenerirmi, ricordo – molti anni fa – le serate in biblioteca stiracchiate finché qualcuno mi cacciava; il tavolo era coperto di libri che non avevo il tempo di aprire, ma non potevo fare a meno di raccogliere dagli scaffali qualsiasi cosa verso la quale scattasse la molla dell’incuriosimento. Avidità, bibliomania, mera perdita di tempo? Forse. Ma quando il feticcio dell’efficienza irrompe così pervasivamente in un campo in cui se va bene si può essere efficaci, è tempo di preoccuparci davvero. Sul piano semantico la parola ‘ricerca’ non contiene alcun accenno a un possibile risultato, indica un processo erratico e ipotetico. Perché snaturarla?

Certo, su questi dilemmi si innesta la polemica eterna sulla selezione: concorsi drogati, favoritismi personali, parentopoli e così di seguito. Dopo quasi quarant’anni nell’accademia italiana posso dire di aver visto di tutto. Valutazione soggettiva, ovvio, e senza uno straccio di prova (come si dice nei film). Ho visto carriere che mi sono sembrate poco fondate sulla capacità investigativa e didattica e forse favorite da relazioni non proprio scientifiche, ma ne ho viste ancor di più basate solidamente su qualità, fatica, perseveranza e amore per la ricerca e l’insegnamento, stima per i colleghi e affetto per gli studenti. Ogni ambito professionale ha le proprie luci e ombre: massificare l’università come se fosse un girone dantesco di ciarlatani o, all’estremo opposto, un club di illuminati è un esercizio stupido e non sa porre le domande utili. Forse basterebbe porci la questione di come sintonizzare l’università allo spirito del tempo, anticipare i flussi del sentire sociale e dei bisogni emergenti, costruire visioni possibilmente non pregiudiziali e pluralistche.

La selezione è materia delicata. Fuori discussione che si debba valutare la produzione scientifica. Meno scontato che si debba dare un punteggio al contenitore anziché al contenuto, che si cerchi di considerare oggettiva una valutazione che dovrebbe basarsi su molteplici profili, tra i quali non trascurerei l’affidabilità, la capacità di interagire, la passione per l’insegnamento, l’orientamento cosmopolita. Il rischio è selezionare macchine da pubblicazione in vitro. La ricerca ha bisogno di visioni eversive, divergenti, se si vuole anche un pochino incoscienti. Chissà come i suoi contemporanei consideravano l’inventore della ruota, l’addestratore di cavalli, lo sperimentatore della macchina a vapore. Non abbiamo bisogno di riesumare i garage californiani per ricordarci che la frontiera la scardinano i sognatori e i matti. L’università (che dovrebbe rigettare l’etichetta di accademia, molto inscatolante e imparruccata) è nata per essere una fucina in cui la conoscenza si esplora, si costruisce, si condivide e si trasmette.

La questione è comunque molto delicata: intanto suona quanto meno riduttivo applicare una sola metrica a discipline del tutto diverse; fisica non è economia, filosofia non è architettura (ovvio ma ogni tanto meglio ricordarlo). Per le scienze esatte l’importanza delle soglie metriche può essere fonte di libertà per gli entranti, che possono svincolarsi da pratiche baronali, che sopravvivono a qualsiasi riforma, e perseguire le propria frontiera, il che giova anche all’Ateneo che così non perde fondi. Per le scienze umane e sociali pesi e misure rischiano di atrofizzare la ricerca esaltandone i profili ‘sexy’ (così li definiva un econometrico bravo e accorto). A monte di tutto l’onestà intellettuale di chi sa costruire un team contro la meschinità di chi preferisce attendenti solerti e servili a giovani colleghi acuti e autonomi. Le regole contano, ma chi le interpreta è cruciale: solo chi guarda lontano preferisce il confronto critico all’ubbìa di sedere su un finto trono; la dice lunga la mania di molti accademici per le dimensioni del proprio ufficio (la ‘stanza’ nel gergo universitario italiano).

E qui approdo alla metrica successiva, quella dell’insegnamento. Gli empiristi britannici dicono, non senza leggerezza concreta, che l’università serve per imparare a imparare. E’ lì per offrire un metodo, un paio d’occhiali attraverso il quale provare a interpretare i fenomeni. Di fatto, avevamo dimenticato che la realtà potesse mutare, così da oltre due secoli abbiamo abbandonato la scacchiera per avanzare lungo un binario unico, lasciandoci andare alla misurazione. L’ambizione decoubertiniana (più alto, più veloce, più forte in confronto a me stesso, conta partecipare e giocare la sfida) si è trasformata in accumulazione di punti per sbaragliare gli altri (intanto li supero e magari li butto fuori dal binario, così non corro più rischi). In ogni caso, immaginando che la realtà rimanga ferma, ci si limita a vomitare sugli studenti una cassetta degli attrezzi da prendere per una sorta di sortilegio vincente. Adotta gli strumenti appresi e avrai successo.

Ora, il tema della ‘professionalizzazione’ (orrida parola in odore del più triste burocratese) poteva avere un senso sia pur minimo in tempi di manifattura seriale. E comunque poteva produrre cloni meccanici atti a riprodurre un copione quasi ipnotico. Forse qualcuno potrebbe avvertire gli avvocati di queste gabbie che la realtà ha preso un abbrivio inatteso, imprevedibile e soprattutto irreversibile. Che molta della presunta sharing economy si concreti in nuove forme di sopraffazione ormai è chiaro. Ma che, nel bene e nel male, occorra adottare metodi non convenzionali anziché replicare tecniche consolidate dovrebbe apparire evidente, soprattutto a chi il mondo lo analizza e cerca di interpretarlo per mestiere. Ovvio che ci siano dei rischi, ma star fermi mentre la realtà si muove rapidamente comporta la sola certezza dall’atrofia. Peccato che molti tra gli studenti stessi, iperprotetti dai genitori cresciuti negli anni ‘da bere’, e sfidati dai propri coetanei in una sorta di hunger game senza pause, finiscono per cadere nella trappola: replico le verità proiettate sulla parete in bullet points facili da digerire, supero la barriera formale della laurea, mando un bel curriculum in formato europeo e tutto andrà bene.

In questo modo ci si rivolge a orribili schiavisti che chiedono braccia senza cervello (lasciamo stare quello che davvero servirebbe nei mercati del futuro: cuore e pancia). Si rinuncia al talento individuale. Si perde l’occasione per quelle relazioni basate sull’intuitus personae che dovrebbe governare le sinergie e il lavoro di squadra. Mandando i segnali sbagliati si perde l’occasione di pecorrere strade fertili, e nel frattempo di subisce il maleducato silenzio di chi non si degna neanche di dire un circostanziato no. Si può dire – e non è politically correct – che non tutti i professionisti (presenti e futuri) hanno lo stesso talento. Ma si dovrebbe comprendere che le metriche inaridiscono comunque la ricerca e calcificano l’insegnamento. Lo spirito del tempo si muove con decisione verso una realtà non convenzionale, deformattata, capace di procedere in tempo reale, di reagire agli stimoli esterni, di cadere e rialzarsi, di progettare il futuro sulla base di intuizioni acute, sentimenti morbidi e tanta lucidità. Lasciamo la razionalità alle macchine e godiamoci il privilegio di poter essere ragionevolmente creativi.

 

Michele Trimarchi

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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