Venticinquenni e meravigliosi

Un appello per gli impauriti come me, «con pieno spargimento di cuore».

Venticinquenni e meravigliosi

Ah, i conflitti generazionali. Quanti nomi stanno dando a noi nati tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90? Non li conto più: millennials, xennials, generazione x, baby boomers, generazione internet, generazione zero; stanno cominciando a riciclare nomi già usati anche per i pokémon. Quanto ne hanno scritto, parlato, cantato, musicato, nei secoli, del conflitto generazionale, dello scontro tra padri e figli, professori e studenti? Sembra molto retorico che ognuno, a vent’anni, ritorni a parlarne, eppure c’è sempre quest’urgenza di mettere in chiaro e di riaffermare la propria identità (neonata) nei giovani, che è sensazionalmente inutile e fine a sé stessa dal punto di vista dei senior. È come se dicessero continuamente che dove siamo noi loro ci sono già stati eppure sembrano esserselo dimenticato com’è. La mia idea è che queste persone, gli over 40, o direi forse di più dagli over 50 in poi, viaggiano per la loro strada, completamente opposta alla nostra, senza nemmeno provare a chiedersi com’è che i tempi siano cambiati, in che direzione stiamo andando tutti. Ho l’impressione che queste persone nel mondo professionale siano i più e che non accettino né critiche né pareri né opinioni, che siano talmente restii a darci spazio da riuscire nell’impresa di farci credere che valiamo poco.

Dati alla mano, Hobsbawm aveva detto che noi che proviamo ad entrare nel mondo del lavoro nel post-crisi economica 2008 sentiamo lo stesso peso sulle spalle che sentivano gli statunitensi della generazione successiva a quella dello sbarco in Normandia, che a sua volta era lo stesso che sentivano i giovani che dovevano cominciare a rimboccarsi le maniche dopo la crisi del ‘29. Quello che ci accomuna è ansia di dimostrare che siamo preparati, pronti, determinati, che anche se non abbiamo dirette esperienze ai vertici appena usciti dall’ambito accademico siamo comunque volenterosi di apprendere, di essere formati, professionalizzati, aperti ad ogni tipo di discussione che non sia una sterile critica dettata da avversione e scetticismo per quello che è nuovo e diverso. Quello che a me sembra è che ci sia una nebbia di diffidenza con cui dover fare i conti a cui si aggiunge, da un lato, una demotivazione di base dovuta al fatto che usciamo dall’università convinti che quello che stiamo facendo non porterà a niente, e dall’altro, conseguenza logica del primo, a una talmente scarsa stima di sé stessi che convince anche gli altri che sì, forse hai ragione tu, forse ho sbagliato io.

Non so dove sbagliamo. Non l’ho ancora capito. So di avere venticinque anni e di sentirmi più che preparata. Per due motivi: il primo è che ho già avuto esperienze di lavoro, ho già visto com’è davvero, quello che c’è dietro, quello che non ci dicono all’università, e se ce la faccio io, ce la possono fare tutti; il secondo motivo è molto più generale e applicabile a tutti i miei coetanei, ossia: appartengo alla generazione che è cresciuta nel mondo reale ma che ha visto l’avvento e lo sviluppo di internet, e la mia possibilità di accedere a dati e informazioni mi rende più preparata dello studente della mia materia di venticinque anni degli anni ‘80 e ‘90. Lo stesso vale per tutti voialtri, miei adorati ’92 e affini. Vorrei che tutta questa sicurezza fosse proficua e vorrei convincere i miei coetanei che si stanno specializzando dopo la specializzazione in qualcosa di specializzantissimo che sì, viviamo ancora alle dipendenze economiche altrui o consegniamo pizze per campare, ma che ce la faremo perché se ci sono riusciti gli altri, a noi che manca? Forse solo un po’ di sana fiducia. E se abbiamo capito che dall’alto non arriva, perlomeno diamocela da soli, diamocela tra di noi, scambiamocela incoraggiandoci a vicenda. Aiutiamoci a crescere.

A ottobre ho partecipato alla reunion degli studenti del mio corso di laurea dell’università di Bologna. Quando avevo ricevuto l’email di invito, a gennaio del 2017, ero in una situazione che da fuori poteva apparire perfetta: appena promossa al lavoro a una posizione manageriale, con un buono stipendio, già da un anno e mezzo in una delle città più affascinanti del globo secondo l’opinione comune – la mirabolante Londra. Insomma, non potevo lamentarmi, almeno prima facie, detta così. Quando avevo letto che si invitavano gli Alumni di successo a fare dei brevi interventi per aggiornare i colleghi e gli ex professori dei loro avanzamenti di carriera, avevo pensato di poter parlare anche io di qualcosa, di un’esperienza che stava mostrandosi redditizia e sicuramente catalogabile come “di successo”. Mi era già partito il film mentale di una specie di TED talk con le matricole sull’importanza di non desistere mai, di avere degli obiettivi, di rimanere concentrati e di stare sul pezzo, di lavorare sodo per ottenere dei risultati. Nel frattempo, che è successo? Eh, è successa la vita. A ottobre, quando sono andata effettivamente alla reunion, non c’era più niente di quello che c’era a gennaio: niente lavoro, niente Londra, niente soddisfazione professionale. Al contrario: Italia, paesino dimenticato da Dio dove sono cresciuta, situazione familiare difficile, psicologicamente a pezzi, una vita già abbastanza traumatica stravolta da una malattia e da uno stadio terminale.

Questo mi ha salvato e devo insistere su questo punto e renderlo chiaro. Alla reunion ho visto i colleghi prescelti per parlare delle proprie esperienze “di successo” dire le cose più oscene, che erano esattamente quelle che avrei detto io appena nove mesi prima, che erano esattamente quelle che dicevano i professori figli-di che venivano a insegnarmi qualcosa all’università. Focalizzati sui tuoi obiettivi. Rimani concentrato. Cogli ogni occasione. Capisci quello che vuoi. Lavora sodo. Tutti questi micro aforismi spiccioli da baci perugina aiutavano effettivamente me stessa e le matricole che ci stavano a sentire? E pensavo soltanto una cosa: NO. Quando ero una matricola io non volevo sentirmi dire questo: avrei letto la biografia di Steve Jobs e mi sarebbe bastato, sicuramente sarebbe stato più economico e avrebbe previsto un minore dispendio di tempo e di energie. Io volevo che le matricole sentissero qualcosa di vero, qualcosa di reale, qualcosa che li potesse far sentire a proprio agio nei loro panni, con sé stessi. Così mi sono erta a rappresentante della squadra Perdenti senza dire loro che avevo viaggiato, lavorato, guadagnato discretamente, avuto la possibilità di farmi chiamare “senior” nell’azienda per cui lavoravo. Ho mostrato loro il lato più umano, ho preso la parola e ho spiegato che va bene così.

Va bene essere indecisi, va bene essere confusi, va bene non essere prescelti dal Signore e uscire dall’università senza avere un’idea chiara di quello che si vuole fare o diventare. Va bene avere le crisi isteriche, la voglia di tornare a casa; va bene avere un momento per sé stessi, va bene piangere, va bene mangiare gelato davanti a Titanic per trovare una consolazione e una vicinanza affettiva che mancano. Va bene non avere obiettivi chiari, va bene distrarsi, va bene partorire tante idee, va bene farsi tante paranoie, va bene provare e va bene sbagliare. Ma su tutto, ho detto loro che va bene avere paura. Che è normale avere paura. Che non c’è bisogno di costringersi a non avere paura, che è la paura soltanto che fa paura e che una volta che si capisce questo metà del lavoraccio è fatto.

E ora veniamo a voi. Quello che ci sconvolge non è l’impatto col mondo del lavoro, cari cinquantenni, che vi riempite la bocca di parole inglesi di cui non conoscete neanche l’esatta pronuncia e volete dire a noi come fare networking e storytelling quando nemmeno sapete ruotare un pdf. Quello che ci sconvolge è il diventare veramente adulti ed è la stessa, identica paura che avevate voi alla nostra età. Le differenze non sono solo internet e i social media – di questo parlate con i nativi digitali che non sono andati fuori casa, per strada, a giocare a Campana o a schiacciare le noci coi mattoni. Le differenze sono di mentalità, ma il bisogno di essere rassicurati è lo stesso identico che sentivano Leopardi, Foscolo, Thomas Jefferson, perfino Robespierre a un certo punto della sua vita l’avrà sentito. Il mio personalissimo messaggio ai miei coetanei identificati da etichette da Pokemon Platino è questo: ci dicono che siamo una generazione impreparata e viziata, voi rispondetegli che a vent’anni ve ne siete andati da casa per cercarvi un’università degna di un nome; che avete vissuto lontani compleanni e ricorrenze; che vi siete sradicati per andare a lavorare a duemila km da casa e avete passato Natali e Capodanni da soli in città sconosciute, di nazioni sconosciute, senza corrente e senza acqua calda; che vi siete ammazzati sui libri per mantenervi la borsa di studio; che mentre i vostri amici andavano in giro per locali vi siete studiati lo scibile umano, partecipato a corsi online, fatto esperienze di ogni genere per avere un cv appetibile.

Quando vi dicono che dovete accontentarvi voi rispondete che il sacrificio vi ha temprato e che mamma e papà vi hanno spiegato “finché sei incudine, statti” ma che prima o poi sarete martello e non ci saranno santi che vi terranno. Spiegate, a questi figli di qualcuno, che papà si è rotto la schiena per mandarvi a studiare, e che mamma ci stava perdendo la salute mentale per starvi vicino e al contempo per lasciarvi andare. Spiegate, a questi ipocriti pseudo-parvenu, che è inutile che vi dicano che non dovete desiderare il posto fisso dall’alto del loro lavoro assicurato senza un quarto delle qualifiche che avete, perché voi avete imparato a girare appena imberbi per farcela da soli, perché sapete che non vi accenderanno un mutuo per almeno altri quindici anni, perché dedicate talmente tanto tempo a trovare un lavoro che la vostra vita sociale si è arenata. Spiegate, a questi imbellettati coi cognomi altisonanti che vi vengono a dire che siete schizzinosi, che avete preferito investire sul cervello che sull’aspetto fisico, che sull’apparire in generale, e che siete stanchi di essere sottilmente insultati ogni giorno nella vostra intelligenza quando vi chiedono di lavorare gratis. Una mia amica ha detto: “Se paghi noccioline, non lamentarti di avere delle scimmie a lavorare per te”.

Colleghi, coetanei, amici che si sono persi per strada, confusi di tutto il mondo, amorfi, indecisi, spaventati, impauriti, uniamoci. La vera forza siamo noi, ci dobbiamo credere e dobbiamo resistere, perché poi la vita succede e nemmeno ce ne accorgiamo. Verranno tempi migliori in cui potremo raccontare, come facevano i veterani, delle grandi imprese che sono riusciti a fare. Io vi dico che la grande impresa del 2018 sarà, personalmente, quella di sopravvivere a tutta la melma che ci circonda e di riuscire a non credere che valgo meno di quello che sono. E alla fine dell’anno voglio anche una medaglia per festeggiare il mio traguardo.

Ditelo anche ai più giovani, ditelo anche ai cuginetti che adesso cominciano l’università, ai fratellini al liceo, e spiegate loro che l’unicità delle persone non verrà mai rimpiazzata da nessun robot, che tutti i loro punti di vista valgono, che le loro opinioni e i loro punti di vista sono importanti, sono speciali, e che noi non diventeremo cinquantenni con le spalle coperte che campano di rendita come quelli che ora chiamiamo i nostri capi. Spiegate a tutti che la sensibilità non ha età e se potete spargere qualche parola di incoraggiamento a un vostro collega avete il dovere morale di farlo, perché nessun nome inglese o italiano potrà mai metterci in nessuna categoria, e anche se ogni tanto ci sentiamo incompleti e insoddisfatti io sono sicura che siamo tutti sulla strada giusta.

E se ce la faccio io, ce la possono fare tutti.

 

 

Carlotta Maria Puorto

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

Professioni e competenze nella cultura

Professioni e competenze nella cultura

Nel dinamismo che caratterizza l’operosità, connotare una professione è essenziale per capirla e poterla poi de

LEGGI TUTTO
Questo è un piccolo esperimento.

Questo è un piccolo esperimento.

Caro Lettore, questo è un piccolo esperimento. Pensa a un certo luogo. Di questo luogo elencherò alcune caratteri

LEGGI TUTTO
All we NEET is sport

All we NEET is sport

Volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra sport e cultura, delle contaminazioni con l’arte, della cresc

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento