Visioni magiche, quando il cinema non c’era (ancora)

L’Antico Mondo Nuovo della Famiglia Dolfin, in mostra a Padova.

Visioni magiche, quando il cinema non c’era (ancora)

“Il futuro non può esistere senza un dignitoso passato”. Sicuramente l’invenzione dei fratelli Lumiére del 1895 non avrebbe mai potuto avere il grande e sfaccettato futuro che conosciamo se prima non ci fosse stato un altrettanto complesso mondo fatto di teatri d’ombra, pantoscopi e lanterne magiche: è il mondo del Precinema.

L’unico museo in Europa che raccoglie questi affascinanti strumenti senza tempo è stato definito dall’Accademico di Francia Pierre Max Rosenberg, presidente del Louvre, “un museo di magiche visioni” e si trova nella “Città dei Tre Senza”: l’antica Patavium – o moderna Padova, più in particolare nello storico Palazzo Angeli di Prato della Valle, risalente al XV secolo.

Per i curiosi: nel Settecento il palazzo era la casa di Andrea Memmo, Procuratore di San Marco e benefattore di Padova, responsabile della trasformazione di Prato della Valle dall’area desolata e paludosa a una monumentale piazza conosciuta per essere la più grande d’Italia e la seconda più grande d’Europa, dopo la Piazza Rossa. Probabilmente l’amico di Memmo, Giacomo Casanova – di cui Laura Zotti Minici, fondatrice e madre del museo, ne racconta le avventure con la sua lanterna magica a doppio obiettivo di J. H. Steward – fu da lui ospitato tra queste antiche mura e da una delle finestre dell’ultimo piano del Palazzo, Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come il Canaletto, creò una veduta panoramica del prato di fronte, verso la metà del Settecento, servendosi di una camera oscura, proprio come quella che viene esposta nell’ultima sala e che, a detta del direttore del museo, molti bambini in visita (da buoni rappresentanti della generazione Igens) scambiano per una webcam sulla piazza.

Sicuramente molte cose sono avvenute da quando, nel 1998, l’ultimo piano di Palazzo Angeli – per volontà del Comune – ha risposto all’esigenza di rendere stabile una mostra dapprima itinerante, divenendo lo scrigno di questa intrigante “camera delle meraviglie”, dov’è ora esposta da vent’anni la preziosa Collezione privata Minici Zotti.

Un luogo intimo e raccolto, che nello spazio delle tre sale del piano alto, proprio sotto quello stesso tetto con travi a vista che ha ospitato personaggi come Casanova e Canaletto, racconta la storia di uomini visionari, artisti e personaggi curiosi (tra cui l’esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni che nell’Inghilterra tra il ‘700 e l’800 si presentava al pubblico nel ruolo di lanternista) entrati nella storia per aver donato all’immagine statica il movimento, contribuendo negli anni a preparare il terreno per l’avvento dei fratelli Lumière (non per nulla il percorso narrativo del museo si conclude con una rara “Lanterna Cinema”).

L’ultimo lunedì di ottobre, in cerca di un museo aperto nella giornata di chiusura per antonomasia di molti enti culturali e fondazioni, ho per la prima volta deciso di visitare questo piccolo gioiello, definito da molti come il Fiore all’Occhiello di Padova per la rara bellezza e l’unicità degli oggetti esposti: è così che nei panni di visitatrice ficcanaso inizia un’esperienza immersiva autentica, in quanto puro emblema della polisensorialità.

Dopo aver suonato il campanello, salendo le scale scopro delle sagome immaginifiche munite di lumi e mantelli appartenenti a un’altra epoca che ci indicano la strada, scortandoci oltre al piano nobile, che ospita le Stanze delle Fotografia, dove a breve verrà allestita una mostra  completamente gratuita sulla stereoscopia, proponendo un tour del mondo multimediale attraverso fotografie tridimensionali osservabili con visori stereoscopici: arriviamo così all’ingresso dell’area espositiva dove, ad attenderci, c’è una deliziosa ragazza – Diana – coinvolta in un ampio progetto di formazione rivolto ai più prestigiosi atenei del Nord e Centro Italia, avviato grazie alla figura dell’attuale direttore, Carlo Alberto Zotti Minici, figlio della fondatrice e docente all’Università degli Studi di Padova (dove, qualche anno fa, ho avuto il piacere di frequentare il corso da lui tenuto di Storia del Cinema e della Fotografia per gli studenti di Comunicazione).

Non appena entrati, l’odore del legno che riveste i pavimenti e il soffitto , l’illuminazione soffusa e la musica d’opera che ci accompagna in ogni fase del nostro percorso si impadroniscono sapientemente dei miei sensi senza lasciarmi altra via di fuga che la dimensione onirica in cui vengo catapultata. Succede così che la camera delle meraviglie mi sommerge: i suoi vetri – 10’000 dell’intera collezione, qui esposti solo in parte – mi raccontano storie antiche, i suoi poliscopi mi fanno tornare bambina, le originali vedute ottiche del Mondo Novo – traforate con un’accurata tecnica per sbalordire chi guarda con il cambio magico della luce da diurna a notturna – mi fanno viaggiare nel tempo e nello spazio, proponendomi le più conosciute piazze d’Europa così come si presentavano nel XVIII e XIX secolo.

Ma in questa Wunderkammer, uno degli oggetti che più cattura la mia attenzione è coperto da un lenzuolo: è così che vengo a conoscenza della mostra “L’Antico Mondo Nuovo della nobile famiglia Dolfin”, che verrà inaugurata il 2 dicembre . Decido quindi di contattare il mio ex professore, il direttore Zotti Minici, per poterlo incontrare di persona nel suo museo e fargli così qualche domanda sulla collezione permanente e sull’imminente mostra che avrà come protagonista un pezzo unico del XVIII secolo. Ci accomodiamo nella sala dove, una settimana prima, ho assistito ad una video-proiezione di 20 minuti in cui mi si mostrava l’affascinante storia dell’archeologia del Cinema, con immagini tratte dalla Collezione permanente: è qui che gli chiedo di raccontarmi come nasce la passione di sua madre e, di conseguenza, l’idea di diventare una lanternista di professione.

[Laura Minici Zotti durante uno dei suoi spettacoli con la Lanterna doppia di J.H. Steward. Intorno al 1650 apparvero le prime lanterne magiche che, proiettando immagini dipinte su vetro “ a movimento”, incantavano le platee del tempo con suggestive dissolvenze, anticipando la nascita del cinema.]

Durante la chiacchierata con il professor Zotti, degno erede della Collezione, scopro come tutto sia nato in seguito al ritrovamento di una lanterna magica del 1880 insieme a una grande scatola di vetri da proiezione nella soffitta della casa veneziana della fondatrice. Laura ha concluso i suoi studi presso l’Accademia delle Belle Arti e perciò conosce bene il cinema, ma rimane titubante di fronte a quell’oggetto mai visto prima, finché non decide di proiettare il suo primo vetro: una fanciulla con la candela. Fu subito pervasa dalla strana sensazione di vivere in un altro secolo (la stessa che provai io non appena entrai nel suo museo) e così ebbe inizio il suo insolito ruolo di lanternista.

La prima proiezione pubblica avviene a Lucca, nel 1975, presso il Teatro del Giglio dove inaugura il più importante Festival di Cinema di Animazione che si teneva in Italia: non v’era forse luogo più adatto per il suo grande esordio! Di qui comincia ad ideare programmi differenziati che spaziano da La vita della Regina Vittoria e di Giacomo Casanova – quest’ultimo, lo spettacolo più richiesto dal pubblico – a La ricerca del Tempo perduto – che mostrava tutto il repertorio della Lanterna Magica – fino a Un Natale Vittoriano – dove non mancava il fantasma di Marley di Charles Dickens – o al Grand Tour pittorico, per ricordare i viaggi culturali dei giovin signori del ‘700.

Complici l’originalità delle iniziative e l’autenticità dei vetri da proiezione impiegati – risalenti al 1800 – le rappresentazioni di Laura riscuotono un grande successo, arrivando al Salone delle feste del Quirinale, fino alla Library of Congress di Washington, al Museum of Ethnology di Osaka, al Musée d’Orsay e al Louvre di Parigi. La sua prestigiosa carriera ha scatenato la curiosità e l’ammirazione di un pubblico multiculturale di ampio respiro, tanto da valerle il premio internazionale Jean Mitry, assegnato annualmente nell’ambito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, cornice nell’ottobre del 2010 della sua ultima proiezione, intitolata “Lanterna magica – la grande arte della luce e dell’ombra”: la lampada della lanterna si è spenta per una standing ovation in una delle sue migliori performance.

È tramite i suoi primi viaggi che la fondatrice del museo inizia a raccogliere, in una collezione unica, rari oggetti per ragioni di studio ed è sempre in quegli anni che la collezione viene richiesta in varie città italiane – tra cui Roma in occasione del Centenario del Cinema, Trieste, Trento, Bolzano e Barcellona, presso il museo della Scienza e della Tecnica – divenendo così un’esposizione itinerante: in questo modo nasce in Laura il desiderio di consentire ai visitatori di intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo ai fini di conoscere la storia del Precinema, sentendo l’esigenza di trovare una sede museale permanente.

Inizialmente, come si intuisce leggendo la presentazione del Museo scritta in prima persona dalla stessa fondatrice, non fu facile: soltanto dopo varie proposte presentate a sindaci ed assessori di diverse città, arriva un feedback positivo da Flavio Zanonato, l’allora Sindaco di Padova, che assegna in accordo con il Comune il piano alto del Palazzo Angeli. Con una breve intervista apprendo dal direttor Zotti che l’assegnazione della location, da me ritenuta  “impregnata di storia della pre-fotografia” come accennavo un po’ più su, è stata del tutto casuale. In un primo momento fatico a credere la veridicità di tale affermazione, ma c’è da dire che fondatrice e direttore del museo – quindi madre e figlio – sono stati abilissimi a valorizzare i tesori presentatisi con questa casuale coincidenza, organizzando una mostra ad-hoc: Palazzo Angeli è infatti l’occhio di Canaletto, luogo delle sue vedute prospettiche.

La finestra dell’ultima sala dove ora è posizionata una copia della Camera Oscura, assurge a “luogo di ogni vedere” (Imago oculi): da qui il titolo della mostra “Canaletto e la visione fotografica di Prato della Valle”, a cura di Carlo Alberto Zotti Minici e Gian Piero Brunetta, allestita a cavallo tra il 2016 e il 2017.

[Alla metà del Settecento il grande vedutista veneziano Antonio Canal detto il Canaletto (1697-1768), collocando la sua Camera Ottica all’altezza di Palazzo Angeli, realizza due disegni di Prato della Valle conservati attualmente  presso la Royal Collection di Windsor. L’impiego della Camera Ottica e ciò che in termini fotografici potremmo definire “visione obiettiva” inaugurano una nuova stagione visiva.]

Soddisfatta la mia curiosità sulle origini del museo, ci spostiamo metaforicamente nella seconda sala dell’intervista, dove, immersa da diversi esemplari unici in Europa, chiedo al professor Zotti quale sia il pezzo più corteggiato dai musei oltre confine: senza esitazione mi parla del teatro d’ombre francesi! Si tratta infatti di uno spettacolare esempio ottocentesco di un teatro portatile per gli spettacoli di ombre, dipinto a mano secondo lo stile del giapponismo imperante all’epoca: è un pezzo donato al museo dal Centro Studi della Barbariga di Noventa Padovana, fondato negli anni settanta da Angelo Dalle Molle ispirato dall’Orazione di Pico della Mirandola sulla dignità dell’uomo. Insieme al teatro vengono solitamente esposte le sagome in zinco originali di fine ‘800: dopo il Museo Montmartre di Parigi e il Museo Van Gogh di Amsterdam, è la Caixa Forum di Barcellona ad ospitare, dal passato 18 ottobre fino al 20 gennaio 2019, il Teatro d’ombre francesi, per poi approdare a Madrid dal 19 febbraio al 19 maggio 2019.

Ma quali sono gli altri pezzi forti?

Senza ombra di dubbio quella famosa lanterna magica risalente al 1880 ritrovata nella soffitta di famiglia e attribuita a J. H. Steward, ottico della Regina d’Inghilterra, insieme ai vetri dipinti a mano raffiguranti proprio la vita della Regina Vittoria. Ma anche Il Megaletoscopio del 1862 creato da Carlo Ponti,  fotografo e ottico svizzero nato in Ticino, che inventò uno strumento detto megaletoscopio, atto a visualizzare fotografie, evoluzione dell’aletoscopio, da lui precedentemente inventato tra il 1859 e il 1862.

[Megaletoscopio del 1862 di Carlo Ponti]

Queste straordinarie macchine della visione, quando non vengono prestate ai “colleghi europei” invidiosi delle meraviglie raccolte nello scrigno patavino, attraggono a Palazzo Angeli circa 6’000 visitatori all’anno: di questi, quasi il 30% è costituito da scolaresche di ogni grado. Molti sono gli stranieri (circa un 20% dei visitatori totali):  perlopiù tedeschi, inglesi, americani, australiani, francesi, belgi e olandesi. Analizzando questi dati è facile dedurre che il museo può vantare un pubblico di nicchia molto interessato, essendo divenuto un punto di riferimento per il precinema e tappa obbligatoria per studenti e appassionati – come ad esempio chi partecipa alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

Sicuramente motivo di rinnovato interesse e nuovi flussi turistici sarà la prossima mostra organizzata in occasione del 20° compleanno del museo e del 250° anniversario dalla morte di Canaletto: verrà svelato il 2 dicembre 2018 L’antico Mondo Novo appartenuto alla nobile famiglia veneziana Dolfin, restaurato per l’iniziativa e riportato all’antico splendore.

Vi ho già raccontato di come sia stata subito attratta da questo ingegnoso dispositivo ottico coperto da un lenzuolo, quando Diana ci raccontava la storia dei pantoscopi, grandi cassoni decorati e dotati di uno o più oculari annunciati in tutte le piazze d’Europa dal suono di una ghironda, prima di iniziare un racconto intessuto di stampe vivacemente dipinte, vedute ottiche di piazze e monumenti che tutti volevano ammirare….quel che non vi ho detto è che nel secondo atto de I rusteghi del Goldoni vengono così citati:

«Lunardo: “Mio pare, co giera zovene, el me diseva: Vustu véder el Mondo Novo? o vusto, che te daga do soldi? Mi me taccava ai do soldi.”»

L’emozione di essere una delle prime persone a sbirciare sotto al lenzuolo, scoprendo i sette oculari di questo magnifico esemplare, è unica: a detta dello stesso professor Zotti, è l’esempio più spettacolare di una particolare tipologia del Mondo Novo “da interni”. Ha le sembianze di un teatrino di legno chiaro, con incantevoli citazioni dell’architettura palladiana, abilmente costruito e decorato da allegorie sia all’esterno – in perfetto stile neoclassico – che all’interno, dove si scorge un delizioso palcoscenico riprodotto in miniatura, arricchito di stucchi e decori. L’opportunità di esporre per la prima volta il Pantoscopio dei Dolfin è dovuta a Paola Marini, direttrice delle Gallerie dell’Accademia che, in via esclusiva ha aperto alla collezionista la stanza dei giochi dell’antica famiglia veneziana, rimasta chiusa dal 1730.

Un gioiello riscoperto che resterà all’interno del museo del Precinema per volere della famiglia Cantele, i diretti eredi dei Dolfin che raccontano di come questi ultimi, attraverso il Mondo Novo, volessero portare in campagna un po’ delle piazze e dei palazzi di Venezia, dove hanno dimorato per secoli con importanti carichi di potere. Le cronache sostengono che i Dolfin discendano da un Giovanni Gradenigo vissuto intorno al 1040 (altri lo collocano verso i 452, quando vivevano ancora in terraferma), soprannominato “Delfino” per una sua gibbosità o per l’abilità nel nuoto. Per questo motivo, entrambe le famiglie vengono spesso considerate un unico clan e annoverate tra le “case vecchie”, il gruppo più prestigioso del patriziato veneziano. Taluni, invece, per chiudere il cerchio, li ritengono derivati dai Memmo: ecco che, in qualche modo, si può affermare che l’antico pantoscopio sia tornato nei luoghi dei suoi avi, affacciandosi proprio sull’Isola Memmia di Prato della Valle.

 

 

Costanza Cucinotta

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