Voglia di qualcosa di bello: “Canaletto 1697-1768”

Voglia di qualcosa di bello: “Canaletto 1697-1768”

Avete presente la voglia di dolce? Dapprima si insinua nella mente, poi colpisce allo stomaco ed infine diventa un bisogno, una necessità che può essere sodisfatta solo dall’incontro delle papille gustative con una sostanza zuccherina.

Il desiderio di bello, nel mio caso, segue un procedimento del tutto analogo. Sebbene il grigiore del quotidiano contribuisca, e non poco, all’abbrutimento, arriva sempre il momento in cui gli occhi e lo spirito necessitano di nutrimento. Così, complice una domenica afosa, umida e uggiosa ho deciso di affidare la mia soddisfazione personale alla mostra “Canaletto 1697-1768”.

Dall’11 aprile al 19 agosto Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma renderà omaggio al 250° anniversario della morte di Giovanni Antonio Canal (Venezia 1697- ivi 1768) con l’esposizione di quello che il comunicato stampa definisce: «il più grande nucleo di opere di sua mano mai esposto in Italia».

La mostra organizzata da Zétema ricorda nell’impostazione “Artemisia Gentileschi e il suo tempo”. Come allora anche in questa occasione è stata riproposta la grande timeline che dovrebbe aiutare a ricordare le tappe fondamentali della vita e carriera del pittore. Tuttavia le grandi dimensioni rendono la lettura poco agevole e la quantità di date e informazioni, che si presume il pubblico debba ricordare, non rende la linea del tempo uno strumento didatticamente idoneo. A tal proposito credo che sarebbe più utile stamparne una di piccolo formato sui pieghevoli così da consentirne la consultazione durante l’intera visita e, perché no, conservarla.

Apprezzabile invece la presenza della musica e di un paio d’abiti dell’epoca che richiamano alla mente del visitatore le atmosfere della Venezia dipinta dal suo illustre cittadino. L’impossibilità di scattare fotografie, data la provenienza da collezioni private di molte opere, è stata a mio avviso premiante per la fruizione dei quadri poiché, per la prima volta da qualche anno a questa parte, le retine dei visitatori si sono fissate sui quadri e non sullo schermo dello smartphone.

I pannelli illustrativi, talvolta prolissi ma in generale agili e ben scritti, le citazioni tratte dalle biografie di Canaletto e dalle fonti della storia dell’arte raccontano l’evoluzione del pittore da aiutante scenografo, sciolse la mano aiutando il padre Bernardo Cesare Canal pittore di fondali teatrali, alla fama internazionale.

L’allestimento molto curato ha avuto il merito di valorizzare una tipologia di opere su cui generalmente l’attenzione è più scarsa nel contesto di una visita museale, permettendone la riscoperta.

Siamo onesti, ancor più delle nature morte, il vedutismo è quel genere di pittura di fronte al quale, gli italiani, a differenza degli stranieri, non mostrano grande entusiasmo. Complici gli allestimenti talvolta infelici, si tende ad attraversare le sale dedicate alla pittura di paesaggio velocemente e distrattamente. Ecco, la mostra “Canaletto 1697-1768” sovverte questo approccio spingendo il visitatore a soffermarsi sul dettaglio.

Come se fosse un magnete, l’occhio è irresistibilmente catturato dal particolare e tende naturalmente a perdersi tra le architetture, i gesti quotidiani dei personaggi e il baluginio dei canali veneziani. Sorprendente a tal proposito è Il Molo verso ovest con la colonna di San Teodoro a destra del 1738 ca. conservato nella Pinacoteca del Castello Sforzesco a Milano. Una tela ipnotica per il descrittivismo, l’esecuzione pittorica in punta di pennello e l’intrinseca capacità di narrazione. Quando finalmente l’occhio, stanco di vagare da un dettaglio all’altro, riesce a posarsi, si ha l’impressione di poter origliare la conversazione dei tre Mori in primo piano, le grida dei bambini, lo sciabordio delle gondole ed intuire i pensieri dell’uomo seduto sulle scale con lo sguardo perso all’orizzonte.

L’assenza dei fastidiosi riflessi delle luci di sala sulle tele fa perdonare anche la presenza dei vetri che, come è noto, alterano la visibilità delle pitture.

La coerenza tra il titolo e le opere presentate al pubblico, effettivamente tutte di mano di Canaletto o del nipote Bellotto (1721-1780), il pregio delle stesse, la cura dello storytelling che abbina ai quadri i disegni preparatori e, laddove possibile, la documentazione affine rendono la visita della mostra un’esperienza arricchente.

In conclusione, ricollegandomi al paragone culinario proposto in apertura: se la mostra “Canaletto 1697-1768” fosse un dolce sarebbe una crostata. Un dolce della tradizione che tutti conoscono, forse meno appetibile di una profiterole ma irrinunciabile. La sua ricetta, che si presta a tante varianti, la rendono sempre diversa ma riconoscibile ad ogni nuovo assaggio.

 

  

Diletta Piermattei

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