mappe

Wenders e Salgado per la terra, online da Pistoia

By 23 Aprile 2020 No Comments

“Hai mai visto Il sale della terra?”

“No, ma ne ho sentito parlare molto bene”

“Venerdì è gratis online e ho pensato di condividere la notizia :-*”

Ecco: è così, con 3 semplici scambi di battute, che sono venuta a conoscenza di una notevole iniziativa della Fondazione Pistoia Musei destinata a rimpolpare quella lunga lista di meritevoli azioni intraprese dalle istituzioni museali per mantenere il più possibile aperte le porte della cultura.

Artribune annuncia brevemente l’evento, chiarendo come potersi prenotare via mail e così assicurarsi una poltronissima (di casa) per questo viaggio d’interesse umanitario inaspettato: forse non tutti sanno che La Fondazione Pistoia Musei ha organizzato la mostra personale di Sebastião Salgado | Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni a cura di Lélia Wanick Salgado, inaugurata l’8 febbraio per poi vederla chiudere poco dopo a causa dell’emergenza sanitaria tuttora in corso. Astutamente, forse per non permettere alla pandemia di gettare tutto nel dimenticatoio, si decide di lanciare online per la sola sera di venerdì 24 aprile “Il sale della terra” – film del 2014 sul grande fotografo brasiliano girato dal figlio Juliano insieme a Wim Wenders – nel tentativo riuscitissimo di spostare per un momento i riflettori dalla drammatica situazione attuale e far parlare di sé.

E come potevo io – che devo la mia prima lode in Comunicazione alla tesi che scrissi sul fotogiornalismo di Margaret Bourke-White e Steve McCurry –  lasciarmi sfuggire l’occasione di celebrare con poche righe l’operato di un eccezionale fotoreporter?

Come scrivevo ormai nove anni fa tra le motivazioni della scelta dell’argomento per la tesi che anticipavano lo stato dell’arte, “comprendere – seguendo diversi percorsi teorici – come il recente e multivariato mondo del fotogiornalismo riesca, per sua natura, a racchiudere diversi aspetti del nostro mondo” è un’avventura senza fine che affaccia su molteplici finestre e per questo – dato che ad oggi la sola cosa che ci resta è la finestra domestica con limitate porzioni di realtà – credo sia interessante passare un venerdì sera qualunque sbirciando attraverso l’obiettivo antropologico di Salgado.

Il fotoreporter è al contempo un artista, un giornalista, ma anche uno storico, un sociologo o un antropologo: in base al particolare momento della sua carriera, può dar più peso all’uno o all’altro ruolo e, per ciascun ruolo convergente nella sua figura, adopera dunque occhi diversi. Occhi che coincidono con l’obiettivo fotografico. Quest’ultimo però, si badi bene, non è l’unico occhio possibile, l’unica visione del mondo: la storia, ad esempio, propone da sola diverse versioni dei fatti, a seconda del punto di vista che suggerisce di adottare; se quello dei vinti o dei vincitori; quello degli sfruttati, dei poveri, degli emarginati, o quello degli sfruttatori.

Una fotografia è quindi da considerarsi come il sovrapporsi di diversi occhi, la convergenza di diverse visioni del mondo che, insieme, vogliono rappresentare un unico evento, una notizia, la vita stessa. Il fotografo vede il mondo e lo “mette in quadro”: con il suo sguardo ne cattura altri, siano questi della storia, di chi guarda o di chi viene ritratto come testimone-icona di ciò che sta accadendo.

Salgado: Ziqqurat

La fotografia con queste sue potenzialità, e in quanto mezzo di comunicazione e di esercizio di potere ideologico, spesso ha avuto l’ambizione di cambiare gli uomini, burattinai della realtà e dei soggetti immortalati: ma la sua natura, colta nuda e vera da Salgado (complice l’uso della pellicola fotografica in bianco e nero e di una fotocamera Leicaportatile da 35 mm), è semplicemente quella di lasciare una testimonianza, documentando imparzialmente gli spaccati di realtà che il nostro mondo ospita. Circa tale funzione di registrazione dell’accaduto, la notizia fotografica ha storicamente conosciuto distorsioni, cambiamenti a livello tecnico o “ideologico” ed infine vere e proprie evoluzioni con l’avvento delle nuove tecnologie e dunque di nuove “scuole di pensiero”; ma ciò che è rimasto costantemente presente fin dalla nascita dei primi dagherrotipi, è la forza evocativa intrinseca delle immagini. Per questo, mettendo chi guarda in rapporto più con l’immaginario che con l’informazione, si può dire che la Fotografia crea una prospettiva: una direzione verso la quale convogliare i dettagli della realtà. Tale direzione, neanche a dirlo, la sceglie chi scatta, privilegiando un’inquadratura piuttosto che un’altra o ritagliando un particolare della scena: in tal senso accade che i dettagli informativi si aggreghino attorno a un significato globale, a volte voluto dal fotografo, a volte spontaneamente dedotto, tendendo a fissare in un’icona l’oggetto della notizia.

A chi sceglie la professione del fotoreporter spetta, dunque, il duro compito di comunicare senza distorcere, ed il solo modo per farlo correttamente è seguire quei principi etici che tanti ritengono mancare in un certo tipo di fotogiornalismo spiccio.

Il mezzo fotografico, infatti, manterrà sempre un linguaggio soggettivo: lo scatto deve astrarsi dal contesto, significando altro rispetto al singolo particolare ritratto, e così diventare un’icona capace di rappresentare quella determinata verità. In questo modo connotativo la notizia fotografica diventa arte, ed il fotoreporter ne racchiude i mille aspetti diversi in una singola istantanea, simbolo del suo lavoro e di ciò che rappresenta.

All’epoca scelsi di raccontare le vite di Margaret Bourke-White e Steve McCurry perché erano per me  i degni rappresentanti di quella figura di fotogiornalista in cui convergono, come accennato poche righe più su, ruoli diversi: alcuni dei loro scatti sono esposti in importanti musei di arte moderna e le loro opere non si limitano al campo fotografico, ma si estendono a quello umanitario, utilizzando il loro obiettivo come mezzo per la denuncia sociale e, nel caso di McCurry, sfruttando tale natura per promuovere raccolte fondi in favore di enti no-profit come Imagine Asia Foundation.

I miei due antichi idoli, proprio come Sebastião Salgado, hanno saputo intraprendere strade diverse dalla folla di anonimi obiettivi fotografici, scegliendo di scattare immagini sintetiche ed andando oltre la semplice impressione sulla pellicola. Essi si immergono nella realtà, la scrutano e ne scelgono un particolare significativo per rappresentarla, per sintetizzarla: così facendo si schierano con quel fotogiornalismo svincolato dai capricci del potere, dai pregiudizi e dai tabù sociali, avvalorando l’ideologia che sta alla base della mia riflessione per cui tale professione sia in grado di migliorare gli uomini tramite la presa di coscienza, indotta dal potere d’impatto delle immagini analogiche.

Nella storia – recentemente diventata secolare – del fotogiornalismo, sono avvenute alcune piccole e significative rivoluzioni che hanno indubbiamente segnato il modus operandi dei giganti come Jacob Riis, Robert Capa, Gerda Taro, Henri Cartier-Bresson fino ad arrivare a S. Salgado: innanzitutto, negli anni Trenta Henry Luce, famoso giornalista e imprenditore americano reinventa Life, lo storico settimanale che avrebbe cambiato l’intero mondo giornalistico con il programma di “vedere la vita, vedere il mondo”.

Sul fronte europeo, invece nasce Look, rivista londinese andata in stampa dal 1937 fino al 1971 che dava spazio, oltre agli eventi di attualità, alla documentazione di paesi, culture e popoli allora sconosciuti in occidente. Nel dopoguerra si modifica la stessa struttura organizzativa del fotogiornalismo, con la costituzione di agenzie o cooperative fondate da celebri addetti ai lavori, come Magnum Photos, nata a Parigi nel 1947 – di cui Salgado diventa membro nel 1979 per poi lasciarla quindici anni dopo, nel 1994 e creare, insieme a Lelia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro.

Salgado: Amazonas Images

Si assiste così alla fine delle grandi riviste illustrate ed il fotogiornalismo è destinato ad evolversi verso altre forme e idee; come dichiarò Jean-Claude Lemagny, famoso storico della fotografia francese, nel 1988 “La concorrenza della televisione ha una parte evidente perché le fotografie arrivano ormai con grande ritardo sull’attualità trasmessa. Ma il reportage si rinnoverà dando meno la caccia all’avvenimento sensazionale e riflettendo di più sulla vita della gente”. Quest’ultima frase rispecchia a pieno la filosofia che guida Steve McCurry e Sebastião Salgado – rappresentanti di una “nuova” generazione di fotoreporter antropologi che secondo il fotografo e giornalista italiano Ferdinando Scianna, danno vita al nuovo estetismo filantropico di cui si veste il fotogiornalismo.

Non più dunque avvenimenti, ma persone. Volti. Storie.

Salgado: An Archaeology of the Workers Industrial Age

Come si può ascoltare nel trailer del film di Wenders: “una cosa l’avevo già capita di questo S. Salgado: gli importava davvero della gente, dopotutto la gente è II Sale della Terra”.

Ecco spiegato perchè Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro. A titolo di esempio, possiamo citare i lunghi viaggi che, per sei anni, lo portano in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne. Questo lavoro ha dato vita al libro Other Americas.

Salgado: Other Americas

Nato in Brasile nel 1944, come si legge nella biografia stilata da GrandiFotografi.com, si forma come economista prima in Brasile, poi in Francia. Agli inizi degli anni ‘70, mentre lavorava per l’Organizzazione Mondiale del Caffè’, inizia ad interessarsi alla fotografia, che sarà destinata a perdere l’etichetta di passione amatoriale, diventando ben presto una vocazione e un progetto di vita. Salgado trova subito una nicchia di cui diventa protagonista, documentando come i cambiamenti ambientali, economici e politici condizionano la vita dell’essere umano. Sebbene abbia lavorato assiduamente su molti dei principali conflitti degli ultimi 25 anni, documentando tra le altre cose il genocidio degli anni ‘90 in Ruanda, la sua opera più famosa rimane probabilmente “La mano dell’uomo”, un colossale progetto sull’uomo e sul lavoro, realizzato in 6 anni attraverso 26 paesi, divenendo una delle più importanti opere fotografiche del dopoguerra.

Salgado: La mano dell’uomo

Contemporaneamente al progetto ambientale presso l’hacienda di famiglia in Brasile, Salgado sposta la sua attenzione di fotografo sulle tematiche ambientali, ed inizia a lavorare al progetto “Genesis” che lo porterà ad abbandonare le sue caratteristiche di ritrattista, ed a realizzare un colossale omaggio al Pianeta, rappresentando animali e paesaggi non ancora contaminati dal progresso umano. Questa trasformazione nella sua carriera, è raccontata splendidamente nel film-documentario che la Fondazione Pistoia Musei propone questo venerdì.

Con le sue quattro diverse sedi – Palazzo de’ Rossi, Palazzo Buontalenti, Antico Palazzo dei Vescovi e San Salvatore – situate nel cuore del centro storico di Pistoia, il sistema museale promosso da Fondazione Caript e gestito dalla sua società strumentale Pistoia Eventi Culturali non poteva non mancare all’appello, inserendosi in modo originale in quel ventaglio di proposte avanzate dalle sue colleghe istituzioni che, grandi e piccole, hanno reagito a gran voce alle restrizioni imposte dalla pandemia in atto proponendo tour virtuali, video pillole e molte altre valide soluzioni di cui abbiamo ampiamente discusso qui su Culture Future.

Sotto la Direzione Scientifica di Philip Rylands (Direttore Emerito Collezione Peggy Guggenheim, Venezia), la Fondazione Pistoia Musei ha sposato la mission di raccontare la città dalle sue origini fino alle vicende artistiche del Novecento, con un programma espositivo internazionale, di ampio respiro e con un’attenzione particolare all’arte moderna e contemporanea: è in questa cornice che la Fondazione presenta la mostra dedicata a Salgado, in collaborazione con Pistoia – Dialoghi sull’uomo, festival di antropologia del contemporaneo, e Contrasto.

Come si legge nella sezione dedicata del sito della Fondazione, la mostra – curata dalla moglie di Salgado e composta da un corpus di 180 fotografie – “racconta la storia del nostro tempo attraverso i momenti drammatici ed eroici di singoli individui, e ci pone un’importante domanda ancora senza risposta: nel nostro cammino verso il futuro non stiamo forse lasciando indietro gran parte del genere umano?”

Impossibile non agganciare a questa domanda una riflessione che Salgado scriveva nel 1999:

“Oggi più che mai sento che il genere umano è uno. Vi sono differenze di colore, di lingua, di cultura e di opportunità, ma i sentimenti e le reazioni di tutte le persone si somigliano. Noi abbiamo in mano la chiave del futuro dell’umanità, ma dobbiamo capire il presente. Queste fotografie mostrano una porzione del nostro presente. Non possiamo permetterci di guardare dall’altra parte.”

Queste parole, ricontestualizzate appropriatamente, possono riferirsi non soltanto all’umanità ma anche all’ “ecosistema museale” italiano che ha trovato il coraggio di attivare quelle famose sinergie circolari di cui vi parlavo nella puntata precedente, coinvolgendo sia gli attori interni che quelli esterni al museo, con una mossa astuta e al contempo di disarmante semplicità: quella di “connubiare” la fotografia, il territorio, il cinema e il percorso artistico-espositivo essenzialmente lanciando per una sola sera sui propri canali un film legato alla mostra organizzata. Si creerà traffico. Si creerà interesse. Si creerà aggregazione.

Costanza Cucinotta

 

CultureFuture

CultureFuture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.