What if god was one of us?  Una mostra di Filippo Riniolo

What if god was one of us?  Una mostra di Filippo Riniolo
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Loro

Ora lo dico: c’è sempre stato qualcosa di sacro nell’incontro e nella relazione con l’altro.

L’ho detto e c’è chi storcerà il naso, eppure pare di ricordare che questa riflessione sia stata abbastanza chiara e scontata per i popoli delle antichità, per non citare quelli non esattamente “antichi” e faticosamente resistenti, ai margini della cultura occidentale contemporanea e quelli che, ovunque siano, sfrangiano le maglie dell’individualismo attraverso una cultura solidale.

In realtà non vorrei arrivare a scomodare il valore simbolico e ancestrale delle economie del dono, dei potlatch e dei rituali dei popoli dei mari oceanici, per rimarcare che nell’incontro con “loro”, gli stranieri, si sia sempre innestato un sentimento di reciprocità e di accoglienza velato di sacralità.

Mi accontento quindi di soffermarmi su suggestioni e storie più vicine geograficamente, rimanendo dalle nostre parti, zona Mediterraneo e vicino Oriente.

Si diceva, l’hospitalitas è sacra, e guai a rompere questo patto non scritto di garanzia, accoglienza e reciprocità!

Si finisce come l’Impero Romano d’Occidente dopo la battaglia di Adrianopoli, in cui sono state bistrattate tutte le leggi scritte-e-non del rispetto dei profughi, in quel caso i biondissimi Goti, e dell’accoglienza. E poi ne hanno viste delle belle, i Romani.

Oppure succede che lapilli di fuoco e polvere si ingoino le città e gli uomini che le popolano perché hanno tradito la legge sacra dell’accoglienza, hanno mancato di ospitalità, come nel caso del racconto biblico della distruzione di Sodoma.

È proprio da questo episodio che vorrei partire per introdurre nel discorso l’ultima mostra di Filippo Riniolo, che di discorsi e soprattutto domande sulla solidarietà e l’accoglienza ne porta avanti parecchi.

L’artista e la mostra

In breve: Filippo Riniolo è un giovane artista, nasce a Milano, vive a Roma, da anni ha sviluppato una ricerca intessuta di lirismo e dal forte impatto emotivo, in grado di interrogarsi su tematiche sociali. La sua ultima mostra personale si intitola “Se tu li guardi bene e li ascolti”, curata da Valentina Muzi, attualmente visitabile presso lo Spazio 44 di Roma fino al 6 luglio 2018.

 

L’oro

I lavori di Filippo Riniolo sono figli del Mediterraneo. Intrisi di storie e narrazioni che pescano nel mare di un senso mitico in cui tutto, alla fine, si perde negli abissi del divino, nell’oro, accordandosi su una dimensione spirituale che non rimane impigliata nelle categorie, ma le attraversa.

In mezzo alla sala espositiva ci troviamo così per mare, viaggiatori e vedette. Ed è come se potessimo vedere da costa a costa, uniti nel respiro di un’onda.

Vediamo, e le guardiamo bene, le fotografie dei migranti appese alle pareti. Sono foto di uomini lontani lo spazio lunghissimo di mare e di lacrime dalle proprie terre, i visi velati da una foglia d’oro.

Filippo Riniolo rivela così l’irruzione del sacro nella banalità del routinario, sordo e cieco, srotolarsi del giorno dopo giorno: per sottrazione. Il sacro è un’assenza abbagliante. È lo spazio inaccessibile al di là dell’Iconostasi nelle Chiese ortodosse, luminoso come l’oro, come il Mediterraneo. È il divino che si innesta in un quotidiano incapace di accoglierlo e riconoscerlo, come nell’episodio biblico di Sodoma.

Migranti/angeli in maschera d’oro, messaggeri di una rivelazione inascoltata, che non stonerebbero sulle pagine di American Gods di Neil Gaiman.

Sull’altra costa, la loro, troviamo quello spazio lunghissimo, rigato di morti e lacrime, raccolto nella pancia di un’anfora sicula. Filippo Riniolo ci ha messo dentro i lamenti delle madri dei figli esiliati per mare, nenie che si schiudono nel suono dolce di una ninnananna. Sono Penelope che tesse il suo dolore e resiste, sono Niobe mutilata dei figli che piange il suo amore tra le fessure di una roccia.

E dopo l’oro di Bisanzio, il suono di un lamento, silenzio per favore.

 

Respiro

Alcuni fucili appesi al muro. Una scritta: “A Soumaila Sako/La vera eresia/è insegnare ai fucili/a tacere”.

Sono il crocifisso dell’umanità sofferente, esiliata per mare, inscatolata con altri seicento poveri cristi su una nave alla deriva, abusata, inascoltata, con le maschere d’oro di una sacralità violata.

Ma non solo, perché Riniolo non finisce di stupire e continua ad allargare l’orizzonte, per farci specchiare in un Mediterraneo che vuole essere ombelico di storie di incontro e relazione, non di lacrime, profilando un moto di resistenza.

A guardare bene, ad ascoltare bene, le armi sono state disinnescate, i vuoti e i pieni delle canne di metallo sono stati sparigliati, e se qualcuno per illegittima offesa decidesse di farli urlare, questi fucili gli risuonerebbero in faccia. È un flauto di Pan.

 

“What if God was one of us?

Just a slob like one of us

Just a stranger on the bus

Tryin’ to make his way home?”

 

 

Diana Cardaci

 

 

 

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