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Ferragni e i musei, tra missione e derive dimensionali

By 28 Luglio 2020 No Comments

La visita nei giorni scorsi della fashion blogger Chiara Ferragni ad alcune realtà culturali italiane, con relativi selfie, ha scatenato numerosi interventi da parte degli esperti del mondo culturale, dimostrando ancora una volta quanto l’Italia sia ancora il paese dei Guelfi e dei Ghibellini: contrari o favorevoli. Tra gli estenuanti difensori della ragazza ed i moralisti scandalizzati di una presunta sacralità culturale violata, poche sono le riflessioni che sono andate al di là dell’episodio, cercando di adottare un’ottica che potesse guardare l’insieme del fenomeno.

Prima considerazione: è giusto eleggere Chiara Ferragni a simbolo di riscatto culturale del paese? Analizzando il fenomeno Ferragni, pare evidente che, prima di essere una fashion blogger, la Ferragni è un’eccellente imprenditrice, in grado di raccogliere risultati brillanti, anche economici. È bene dunque ammettere che l’andata di Chiara Ferragni ai Musei Vaticani prima e poi alla Galleria degli Uffizi ed al MARTA di Taranto abbia certamente pubblicizzato questi luoghi ai millennials, ma abbia prima di tutto pubblicizzato ulteriormente la sua figura, il suo brand. Viene da chiedersi se queste istituzioni abbiano pagato per questo forte ritorno d’immagine ed è bene ricordare che le visite a Firenze ed a Taranto fanno parte di un progetto per la casa di moda Dior. La grande vincitrice di questa storia è indubbiamente la Ferragni, capace di strappare l’attenzione degli addetti ai lavori della cultura, persone che mai e poi mai avrebbero dato importanza ad una fashion blogger.

Seconda considerazione: è stato giusto non averle dato attenzione prima? Chi si trova ad insegnare oggigiorno valorizzazione culturale ai giovanissimi, si trova purtroppo a dover ricorrere ad un numero piuttosto limitato di riferimenti culturali e sociali. Parlando con loro di marketing ci si può esimere dall’analizzare questo interessantissimo caso e cercare di estrapolarne strumenti e pratiche da poter utilizzare anche nella valorizzazione culturale? Per molti questo sembra ancora un tabù, come se la cassetta degli attrezzi della valorizzazione dovesse contenere un numero limitato di strumenti, esclusivi per la cultura, in barba a tanti discorsi, ad esempio, sui distretti culturali e sulla cross-medialità.

Terza considerazione: perché non la smettiamo di parlare della Ferragni e di quanti ragazzi sono effettivamente andati ai musei dopo i suoi post? Sembrerebbe che la Galleria degli Uffizi abbia registrato un aumento dei giovani visitatori del 27%. Al di là delle modalità con cui il dato è stato ricavato, può essere significativo questo aumento in un periodo successivo alla totale chiusura di tutti i musei? Quanto può essere significativo questo dato in un periodo successivo al lockdown, in cui il numero dei visitatori è in crescita in quasi tutte le realtà museali? Il numero dei biglietti staccati è un indicatore molto importante, ma non è l’unico.

Perché invece non ci concentriamo su una discussione più approfondita su cosa il museo ha trasmesso a questi giovani? Sono entrati per emulare la Ferragni con un selfie davanti alle opere principali oppure escono arricchiti da un punto di vista emotivo e/o cognitivo? Nel primo caso, questa promozione, per certi versi anche intelligente secondo me, quanto senso ha in un museo già normalmente strapieno? È magnifico che alcune istituzioni museali utilizzino questi “strumenti” per attirare un pubblico differente, ma se una volta arrivati nei musei i millennials trovano luoghi che non riescono a parlare loro, qual è il senso di questa operazione? È la solita gara a chi stacca più biglietti?

Viene più di un dubbio che l’attuale missione dei musei si stia poco focalizzando sulla formazione del cittadino e molto sull’attrarre più visitatori possibili. E allora sorge una domanda: meglio attirare nuovi pubblici oppure concentrarsi nel migliorare quello che il museo trasmette? Come se fossimo obbligati a dover scegliere esclusivamente l’uno o l’altro, ecco che tornano i Guelfi ed i Ghibellini …

Francesco Carignani

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